Interviste agli aforisti: 12 domande-chiave a cui rispondere

Per un maggiore approfondimento sul tema dell’aforisma, l’AIPLA dedica una pagina del suo sito ufficiale alle interviste, così che la pluralità di voci e di opinioni degli Autori sia messa a confronto con l’immediatezza che il web consente.
Ringraziamo per il prezioso apporto, tutti coloro che hanno raccolto e raccoglieranno il nostro invito.
Il Comitato Direttivo

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ANNA ANTOLISEI – Leggi l’intervista

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SANDRO MONTALTO – Leggi l’intervista

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FABRIZIO CARAMAGNA – Leggi l’intervista

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ANTONIO CASTRONUOVO – Leggi l’intervista

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AMEDEO ANSALDI – Leggi l’intervista

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ROBERTO MORPURGO – Leggi l’intervista

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SILVANA BARONI – Leggi l’intervista

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FULVIO FIORI – Leggi l’intervista

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FERNANDO MENENDEZ – Leggi l’intervista

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MARCELLA TAROZZI – Leggi l’intervista

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ALESSANDRA PAGANARDI – Leggi l’intervista

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GUIDO ROJETTI – Leggi l’intervista

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LORENZO MORANDOTTI – Leggi l’intervista

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LIDIA SELLA – Leggi l’intervista

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RINALDO CADDEO – Leggi l’intervista

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MARIO VASSALLE – Leggi l’intervista

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ROBERTO BERTOLDO – Leggi l’intervista

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MAURIZIO MANCO – Leggi l’intervista

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FELICE BONALUMI – Leggi l’intervista

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GIUSEPPE SAVARINO – Leggi l’intervista

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EMILIO REGA – Leggi l’intervista

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MIRKO BADIALE – Leggi l’intervista

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UGO PISCOPO – Leggi l’intervista

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ANGELO GACCIONE – Leggi l’intervista

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ALDINA DE STEFANO – Leggi l’intervista

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LUCIANA LOUREIRO – Leggi l’intervista

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PAOLO BARBIERI – Leggi l’intervista

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ANTONIO GIORDANO – Leggi l’intervista

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GIULIO (DONATO) BROCCOLI – Leggi l’intervista

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RAFFAELE OLIVIERI – Leggi l’intervista

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DARIO LODI – Leggi l’intervista

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GIANCARMINE FIUME – Leggi l’intervista

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Graziella Poluzzi – Leggi l’intervista

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ANTONIO GAIMARI – Leggi l’intervista

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GIUSEPPE CICERO – Leggi l’intervista

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ADELMO RAVAGLIA – Leggi l’intervista

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FULVIO VENANZINI – Leggi l’intervista

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PIERO DONATO – Leggi l’intervista

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Intervista a Roberto Bertoldo

Intervista a Roberto Bertoldo

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1) Tra i molti generi letterari, cosa determina in te la predilezione per la “forma breve” e per l’aforisma in particolare?

Poiché non amo che il prossimo si annoi alla mia presenza, cerco di esprimere rapidamente il mio pensiero.

2) Quando è avvenuto il tuo primo incontro “fatale” con l’aforisma? E da cosa sei stato indotto a cimentarti in questo genere?

Non con l’aforisma propriamente detto, ma con i Taccuini di Albert Camus. Ho cominciato da bambino ad appuntare segretamente i miei pensieri, non però nel classico diario dove si raccontano le proprie esperienze, non era la mia esperienza ad interessarmi ma la motivazione e gli effetti d’essa. Grazie aquesto, qualche aforisma poi casualmente affiorava.

3) Quali sono stati i grandi aforisti della letteratura classica che più ti sono congeniali e che ti hanno eventualmente ispirato? Ci sono uno o più aforismi sull’aforisma che secondo te definiscono al meglio questo genere?

Kraus e Lec, ma anche quelli che aforisti lo sono occasionalmente, come Goethe, Camus, ecc. Un aforisma sull’aforisma che ricordo e che mi piace è questo di Rinaldo Caddeo: «Scrivere aforismi: cavarsi una parola di bocca», perché scriverne uno è anche come togliersi un fastidio che ci ronza nella testa.

4) Ritieni che la letteratura aforistica contemporanea, in Italia, abbia dei rappresentanti in grado di raccogliere qualitativamente l’eredità dei nostri maestri del passato?

Non sono un esperto riguardo l’aforisma nell’Italia contemporanea ma quando ho avuto la fortuna e l’onore di appartenere alla giuria del “Premio Torino in Sintesi” ho scoperto che in Italia ci sono ottimi scrittori di aforismi.

5) A cosa ritieni sia dovuto il calo d’interesse verso l’aforisma, nei tempi recenti, da parte del mondo editoriale?

Non ho notato un calo di interesse, ho notato solo che la grande editoria, mirando a pubblicare quasi esclusivamente autori del passato o di culto, una volta esaurita la vena abbia giocoforza rallentato. Ma anche prima, più che dimostrare interesse verso il genere, ha dimostrato interesse verso i grandi autori, spesso traendo aforismi dai loro romanzi, saggi, epistolari o diari.

6) Esiste, a tuo avviso, una strada da percorrere perché l’aforisma torni a conquistare l’attenzione dei
lettori, soprattutto quelli delle nuove generazioni? Quali azioni indicheresti?

Pubblicarne e pubblicizzarli, tutto qui. La moda farà il resto.

7) A tuo avviso, l’aforisma può e deve distinguersi dalle varie forme di comunicazione “veloce” oggi tanto in voga come il tweet, lo slogan, la battuta, ecc…)?

Il fondamento dell’aforisma è la saggezza, la sua forma la sentenziosità. Senz’altro anche la battuta può assurgere a grande aforisma. Per esempio continuo a ridere ogni volta che penso all’aforisma che apre la raccolta L’eclissi della chimera di Sandro Montalto: «Oggi sono nato. Questo fatto, lo so, mi porterà alla tomba». Qui è l’orchestrazione del pensiero a distinguere la frase dalla semplice battuta di spirito. E il concetto non è certamente nuovo, basti pensare a Seneca («Muori non perché sei malato, ma perché vivi») e a Montaigne, quasi le stesse parole («Tu non muori di ciò che sei malato, muori di ciò che sei vivo»), o a Spinoza, in modo più arzigogolato e chissà a quanti altri. Ma è la sintassi la legittimazione dell’aforisma e lo strizzare l’occhio ai luoghi comuni è il suo charme.

8) Ritieni che la Grande Rete possa aiutare la diffusione del buon aforisma o che, piuttosto, ne faciliti la degenerazione in forme superficiali e scorrette?

Che la diffusione dell’aforisma sia in mano agli intellettuali che dirigono le collane editoriali o ai lettori comuni gestori dei blog non cambia. La degenerazione culturale è ormai presente a tutti i livelli, del resto anche l’editore Adelphi ha pubblicato, in mezzo a tanta qualità, qualche volumetto di aforismi che degradano il genere, come Giudizio Universale con pause di Hebbel.

9) Pensi che la tua esperienza personale, quale autore di aforismi, sia stata fonte di maturazione letteraria, intellettuale, umana? Altrimenti, può esserlo in qualche modo?

Non sono un vero e proprio autore di aforismi e diffido di chi forgia aforismi o poesie quotidianamente, sono convinto che l’aforisma si nutra non solo del contesto mondano e di quello culturale che ci circonda ma anche del contesto linguistico del nostro pensare e un contesto linguistico meramente aforistico è come un salame senza grasso. Per quanto riguarda la mia maturazione, ritengo gli aforismi che uno scrive la conseguenza non la fonte della sua maturazione civile. Anche se è vero che bisognerebbe poi tenere fede a ciò che si sentenzia e questo accresce la coerenza, che è forse l’unico segno certo di maturità.

10) Quali ritieni siano le migliori doti che deve avere un autentico aforista, oltre alla propensione per la sintesi?

Capacità di osservazione, di intuizione e di sincera indignazione. Di solito tuttavia gli aforismi migliori sono quelli filosoficamente più ordinari. Per esempio questo aforisma di Rinaldo Caddeo: «Lo scettico è un fanatico del dubbio». Trovata brillante ma ingiusta perché, come ho dimostrato anche col mio esempio in un saggio aporetico, lo scettico ha delle certezze e mette in dubbio solo le verità metafisiche (la mia fede in questa dimostrazione è la prova che non sono fanatico del dubbio). Ma se Caddeo avesse scritto: «Lo scettico è un fanatico del dubbio solo riguardo le verità metafisiche», l’aforisma sarebbe risultato troppo cavilloso. E le sofisticherie non appartengono al genere aforistico.

11) Ti senti contrariato se un aforisma di tuo conio viene pubblicato in contesti di pubblica lettura senza che sia citata la sua paternità? In sostanza: secondo te dovrebbe davvero, un aforisma, essere – come sostiene Maria Luisa Spaziani – “cosa volatile, spontanea, che nasce come un fiore e non esige alcuna sigla di origine”?

Può avvenire casualmente e inconsapevolmente, ma se è volontario sí, mi dà fastidio. Ogni volta che scrivo un saggio perdo tre anni a verificare se le mie idee le ha già esposte abbastanza similmente qualcun altro per citare in nota la fonte, quindi pretendo la stessa correttezza negli altri. Però poi quando rinvengo in ciò che scrivo un aforisma mi rendo conto che proprio in virtù della sua ordinarietà possono averlo già vergato molti altri.

12) C’è una tua silloge, pubblicata o meno, alla quale ti senti più legato perché meglio ti rappresenta?

Non ho mai pubblicato una silloge a sé, ma solo qualche pensiero aforistico in appendice ai miei libri filosofici, e ho intenzione di lasciare di aforismi, che traggo pian piano dai miei taccuini, una sola raccolta, probabilmente postuma.

Programma AIPLA 2015

PER I SIGG.RI ASSOCIATI

e per tutti i cultori dell’aforisma

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AIPLA 2015

PROGRAMMA E VARIAZIONI

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CONSIGLIO DIRETTIVO

– L’inizio dell’anno 2015 segna la necessità di ricostituire il Consiglio Direttivo dell’Associazione Italiana per l’Aforisma indicendo un’Assemblea nel corso della quale i sigg. Soci Fondatori ed il Consiglio vigente eleggeranno i nuovi membri responsabili della gestione dell’AIPLA e/o ne rinnoveranno l’incarico.

– Al Consiglio Direttivo Centrale, avente la sua sede legale in Torino, verrà a sommarsi il nuovo organismo denominato “Comitato Organizzativo”, nel quale entreranno ufficialmente a fare parte quei sig.ri Soci che daranno la loro disponibilità per assumere cariche esecutive in qualità di organizzatori di pubblici eventi e manifestazioni per conto dell’AIPLA, ovviamente relative alla diffusione ed alla valorizzazione della “forma breve” in generale e dell’aforisma in particolare.

Premessa la variabilità di composizione, a numero sempre aperto, del nuovo Comitato, ne deriva che ogni Socio desideroso di attuare un’iniziativa promozionale dell’aforisma e dei suoi autori sarà invitato a fare richiesta presso la sede torinese dell’Associazione per l’ingresso nel nuovo organismo.

– I sig.ri componenti del Comitato Organizzativo avranno facoltà di agire autonomamente nella pianificazione degli eventi sul territorio nazionale, previa comunicazione al Consiglio Direttivo Centrale contenente le informazioni essenziali sul progetto, e in seguito al placet scritto dello stesso Consiglio Direttivo Centrale. L’Associazione consentirà loro di usufruire del logo AIPLA nella presentazione di ogni evento dando per assodato il patrocinio e/o il sostegno della stessa. Il Consiglio Direttivo offrirà anche ai sig.ri Organizzatori il materiale pubblicitario che necessiti alla promozione degli eventi, nonché copie di eventuali pubblicazioni promosse dall’AIPLA ed una efficace pubblicizzazione via internet.

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PUBBLICAZIONI dei sigg.ri Associati

– Oltre alle già numerose pubblicazioni dedicate all’aforisma patrocinate o sostenute dall’AIPLA, dal 2015 l’Associazione varerà un nuovo programma editoriale. Verranno stampati ogni anno, in formato e grafica differenti dall’antologia del Premio “Torino in Sintesi” e ancora da definire, dei volumi dedicati esclusivamente alle migliori opere fatteci pervenire dai sig.ri Soci dell’AIPLA. Le modalità d’invio verranno specificate di volta in volta.

– Gli aforismi dei sig.ri Soci da pubblicare nei volumi degli “Autori AIPLA”, selezionati a insindacabile giudizio del Comitato Direttivo dalla stessa, saranno stampati e divulgati a spese dell’Associazione, oltre che normalmente distribuiti e pubblicizzati dall’Editore.

Gli autori pubblicatiriceveranno tre copie omaggio (per gli ordini di copie aggiuntive, occorrerà fare riferimento direttamente alla casa editrice).

– Tutti i sig.ri Soci riceveranno una copia delle pubblicazioni aforistiche patrocinate dall’AIPLA.

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INTERNET

– Come ulteriore, efficace strumento di visibilità e promozione, i sig.ri Soci AIPLA potranno usufruire di un ampliamento del sito Internet ufficiale dell’Associazione (www.aiplaforisma.org) che, pur restando di carattere prevalentemente informativo, dedicherà ulteriore spazio alle opere ed alle iniziative dei sig.ri Associati. Già sono reperibili sul medesimo sito le attività dell’AIPLA e le notizie riguardanti le recenti pubblicazioni dei sig.ri Soci.


– L’AIPLA si occuperà inoltre di ampliare la collaborazione ed il gemellaggio con altri siti dedicati alla ‘forma breve’ garantendone così una diffusione ancora più capillare.

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INIZIATIVE

– Mentre è in fase di preparazione un incontro promozionale dell’aforisma a Torino per l’estate 2015, ai sig.ri componenti del Comitato Organizzativo l’AIPLA chiede prevalentementedi ispirare e favorire tali iniziative,rivolgendo la propria attenzione ad eventi tesi a diffondere il genere dell’aforisma attraverso i seminari ed i convegni; la pubblica presentazione di antologie o sillogi di nuova uscita; la letture di aforismi di autori classici e/o contemporanei nelle scuole, durante fiere o saloni del libro, eventi letterari, ritrovi e incontri a sfondo culturale ed altresì nel contesto di pubblici raduni sportivi, musicali, ecc… con letture di aforismi scelti sui temi inerenti alle manifestazioni stesse.

– L’Associazione si premurerà, in contemporanea, di pianificare una distribuzione capillare di aforismi italiani di autori d’oggi attraverso la distribuzione di volantini, cartoline e dépliant nei luoghi di pubblica concentrazione come metropolitane, treni e mezzi pubblici urbani, grandi magazzini, palestre e centri sportivi. Sono allo studio anche veri e propri happening che sfruttino in maniera positiva le molte possibilità di diffusione dell’aforisma, anche in contesti del tutto nuovi e imprevisti.

– Ogni aforisma stampato e distribuito recherà il nome dell’autore e il titolo dell’eventuale volume da cui è stato tratto, insieme al logo AIPLA e ai dati dell’associazione.

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Pertanto

I sig.ri Soci interessati ad entrare nel Comitato Organizzativo sono pregati di contattare la Segreteria dell’Associazione all’indirizzo mail: segreteria@aiplaforisma.org.

Si invitano inoltre gli autori, i traduttori, i cultori o i semplici lettori abituali della “scrittura breve” non ancora associati a consolidare ed approfondire la loro contiguità al genere dell’aforisma iscrivendosi all’AIPLA durante l’anno 2015, per poter usufruire sin da ora delle opportunità e degli omaggi che l’Associazione offre.

Le modalità d’iscrizione sono specificate nel sito ufficiale all’indirizzo www.aiplaforisma.org, alla pagina “Come associarsi – Modalità di iscrizione”.

Una pagina interattiva di Facebook è altresì dedicata e intitolata al Premio Internazionale per l’Aforisma “Torino in Sintesi”, che è promosso dall’Associazione.

Con i cordiali saluti della Presidenza e del Comitato Direttivo.

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Anna Antolisei (Presidente)

Sandro Montalto (Vice Presidente)

Fabrizio Caramagna (Segretario Generale)

Chicca Morone (Tesoriere – Resp. Amministrativa)

Maria Grazia Casagrande (Relazioni esterne)

Premio Internazionale per la Letteratura Città di Como

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L’edizione 2015 del Premio Internazionale per la Letteratura Città di Como, nella sezione dedicata alla forma breve, si svolge con il patrocinio dell’Associazione Italiana per l’Aforisma. Al vincitore andrà un riconoscimento speciale dell’AIPLA.

Il Premio, organizzato dall’Associazione Eleutheria, è una manifestazione che coinvolge il pubblico ben oltre i confini locali, e che anzi ha saputo contribuire fortemente allo sviluppo del turismo culturale del territorio.

Quest’anno la seconda edizione porterà interessanti novità. A partire dalla sezione Poesia dedicata ad Alda Merini e alla sezione Narrativa dedicata a Giuseppe Pontiggia, si aggiungeranno gli aforismi e gli epigrammi, la saggistica e il racconto fotografico.

Il regolamento del Premio è reperibile all’indirizzo: http://premiocittadicomo.it/regolamento/ 

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Intervista ad Alessandra Paganardi

Intervista ad Alessandra Paganardi

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1) Tra i molti generi letterari, cosa determina in te la predilezione per la “forma breve” e per l’aforisma in particolare?

Posto che la distinzione fra generi sia ancora possibile, e posto che esista per ciascuno scrittore una passione preponderante, premetto che la mia predilezione non va principalmente alla forma breve, ma alla poesia. Parlare di poesia in questo contesto sarebbe un po’ fuori tema: mi limito ad osservare che la forma breve – o meglio l’amore per la densità – è trasversale ai vari generi e coinvolge anche – forse prima di tutto – il genere poetico: la brevità, del resto, è nella natura stessa della sintassi in versi, a prescindere dalla lunghezza totale del testo che si legge o si scrive. Persino un poema lunghissimo può avere densità aforistica – pensiamo ai poemi epici arcaici, alla lapidarietà dei versi formulari omerici o a certi memorabili endecasillabi danteschi: pagine bellissime e necessarie di “preliminari di poesia”, per così dire, per poi arrivare a quel solo verso, a quell’accensione potente di significato e di bellezza, a tal punto memorabile che il poeta e il lettore sentono il bisogno di ripeterlo più volte. Vogliamo scolpirlo farne un monumentum aere perennius, imprimerlo in una memoria non più soltanto nostra, affinché diventi patrimonio universale. E’ come se tutta l’opera dell’autore, pur interamente necessaria, vivesse in quell’unico pugno di immagini. Rispondo allora alla domanda con una conclusione provvisoria, che è insieme spunto per riflessioni ulteriori: la predilezione per la forma breve nasce in me da lontano ed è collegata a un’antica passione per la densità. Una densità non plumbea, ma capace di coniugarsi con la limpidezza: è il segreto di quella particolare, meravigliosa forma breve che è l’aforisma. La definirei “densità distillata”.

– 2) Quando è avvenuto il tuo primo incontro “fatale” con l’aforisma? E da cosa sei stato indotto a cimentarti in questo genere?

Sin dai tempi del ginnasio ammiravo gli scrittori che, oltre a comporre opere “creative”, amassero fermarsi a riflettere sulla vita e sulla loro stessa opera. Lo Zibaldone fu il mio primo amore, naturalmente – debbo dire, più ancora che il Leopardi poeta, proprio quello dello Zibaldone e delle “Operette morali”. Però nel frattempo avevo scoperto la passione di scrivere versi e di appuntare, chiosare, persino aggiungere note mie ai libri di letteratura italiana, greca, latina o inglese, come se non fossero già abbastanza quelle proposte dal noiosissimo commentatore…. E mi rendevo conto che, qualunque cosa scrivessi, pensavo in termini quasi gnomici a come avrei concluso il tutto. Quando scrivevo una poesia pensavo inconsciamente al verso finale, che infatti spesso – è stato detto da alcuni critici – ha mantenuto nel tempo un aspetto fortemente epigrammatico. Non per motivi puramente formali, credo, ma perché la chiusa di un’opera ne è sempre il suggello, il seme realizzato. Un aforisma in fondo non è altro che questo: un tentativo di distillare il percorso, senza propriamente cassarlo: facendolo sentire in un’estrema condensazione, come se il punto d’arrivo riassumesse in sé tutto il cammino e proprio per questo concentrasse in sé un’energia speciale, adatta per la ripartenza….mi viene in mente l’immagine lieve e gentile di un insetto saltatore – un grillo, poniamo caso – che nel posarsi sembra fermarsi un attimo, ma in realtà è sempre in movimento, in un alterno gioco di energia cinetica e potenziale. E’ il modo stesso di funzionare della mente: mai ferma, mai a riposo, neppure nel sonno, neppure quando formula un pensiero così denso come un aforisma, che pure richiede un’elaborazione e una limatura superiore a qualunque altro genere letterario, perfino alla poesia. Siamo animali in movimento perpetuo, l’intelligenza è questo. E se dovessi paragonare l’aforisma a un atto fisico, lo paragonerei proprio a un salto, o meglio al momento apparentemente breve e semplice – in realtà delicatissimo, articolato e difficile – in cui il pensiero, spiccato il salto, si posa a terra con grazia e si prepara a un altro slancio, proteso verso la sfida di un’altra idea.

3) Quali sono stati i grandi aforisti della letteratura classica che più ti sono congeniali e che ti hanno eventualmente ispirato? Ci sono uno o più aforismi sull’aforisma che secondo te definiscono al meglio questo genere?

A parte gli antichi autori di sentenze – penso ad alcuni autori dell’Antologia Palatina, a Marziale, a Orazio – la cui poesia si presta particolarmente a inserzioni aforistiche – oppure, risalendo ancora più indietro, a Democrito, non si può non ricominciare proprio da Leopardi: più che aforista, uno straordinario concentrato delle due qualità che un buon aforista deve possedere in abbondanza: creatività e razionalità. Si può dire che le sue riflessioni, anche se producono ragionamenti più che sentenze, sono alla radice stessa del fare massime, perché la loro limpidezza è davvero esemplare. Lo stesso dicasi per Michel de Montaigne, una mia lettura “de chevet” da quando frequentavo il liceo. Ricordare Kraus, fra gli ormai classici anche se più recenti, è quasi stucchevole, tanto è ovvio. Fra “metaaforismi”, poi, ne sceglierei uno, bello e leggero al tempo stesso, di Gabriel Laub: “Gli aforismi: schegge di pensiero che entrano dentro gli occhi”.

– 4) Ritieni che la letteratura aforistica contemporanea, in Italia, abbia dei rappresentanti in grado di raccogliere qualitativamente l’eredità dei nostri maestri del passato?

Se per contemporaneità in Italia intendiamo il Novecento, il pensiero corre subito ai giganteschi Bufalino e Flaiano; fra gli scomparsi da poco, doveroso citare due donne straordinarie, la Spaziani e la Merini: di quest’ultima ritengo addirittura che molta della sua miglior produzione sia proprio in aforismi. Tra i viventi segnalerei Guido Ceronetti, Dino Basili e Roberto Gervaso: tre aforisti diversissimi, ma accomunati da una riflessione sul genere umano pensosa, a volte satirica, mai astiosa, e da una formazione giornalistica che spesso – anche se non sempre – produce buoni frutti anche per l’aforisma. Di Gervaso vorrei esemplarmente citare un aforisma che metto senza indugio fra quelli memorabili: “Si può fare a meno di tutto. Purché non si debba.”. Non si può se non sottoscrivere la lode che Francesco Guccini, cantando “Luci a San Siro” in un concerto, rivolse al collega Roberto Vecchioni: “Maledizione, perché non l’ho scritta io??” … Altri sono bravissimi, ma non mi arrischio a citarli: li conosco quasi tutti di persona e non vorrei mai che la stima venisse scambiata per un tributo amicale, che è altra cosa…

5) A cosa ritieni sia dovuto il calo d’interesse verso l’aforisma, nei tempi recenti, da parte del mondo editoriale?

Forse a quello che parecchi aforisti stessi, riflettendo sul genere, hanno considerato il punto debole del genere: il rischio di trasformarsi in banalità. Oppure, all’opposto, alla difficoltà estrema dell’aforisma riuscito, il suo camminare sul filo del rasoio fra verità e dubbio. Due rischi che si assommano senza elidersi e fanno dell’aforisma un genere, per natura, di nicchia, in cui conta la rarità più che il numero.

– 6) Esiste, a tuo avviso, una strada da percorrere perché l’aforisma torni a conquistare l’attenzione dei lettori, soprattutto quelli delle nuove generazioni? Quali azioni indicheresti?

Ripartirei dalla radice naturale del genere aforistico: l’insegnamento della filosofia nelle scuole. Purtroppo la filosofia – e lo sa chi, come me, tenta da anni di insegnarla – è una disciplina oggi più che mai controversa: la si invoca ovunque possibile per “licealizzare” gli istituti – cioè, al fondo, per una questione ormai soltanto d’immagine: ma per ragioni complesse vengono progressivamente a mancare, negli studenti, le abilità di base per sentirla davvero come una parte importante della propria formazione. Prima fra tutte la capacità di riflettere sull’uomo per il puro piacere di farlo, senza tornaconti immediati. Le recenti riforme della scuola, con la loro tecnologizzazione estrema e la loro attenzione quasi esclusiva ai numeri, agli schematismi e ai risultati, certo non aiutano. La competizione con se stessi, quella che aiuta la scrittura in genere e la scrittura aforistica in particolare, non può quantificarsi in nessun rating; costa fatica, persino frustrazione; esige tempi distesi, non entra in alcun programma d’esame – tantomeno in alcun questionario! – ed è nemica delle tabelle. Ma qui si apre un discorso inesauribile.

– 7) A tuo avviso, l’aforisma può e deve distinguersi dalle varie forme di comunicazione “veloce” oggi tanto in voga come il tweet, lo slogan, la battuta, ecc…)?

Credo di aver già risposto, in parte, nella domanda precedente. La differenza tra aforisma e semplice battuta è impalpabile ed evidente insieme: è nel peso specifico, nell’enorme valore aggiunto della riflessione distillata, del mosto lasciato fermentare e depurato con tenacia. Aggiungo che, come non aiutano i programmi ministeriali, altrettanto poco aiuta la rete. Un sistema d’informazione che ha tanti vantaggi, ma certo non quello di far riflettere con calma e in profondità. E che, per giunta, non stimola particolarmente la memoria – altro ingrediente fondamentale nel trasmettere la vera cultura aforistica.

– 8) Ritieni che la Grande Rete possa aiutare la diffusione del buon aforisma o che, piuttosto, ne faciliti la degenerazione in forme superficiali e scorrette?

Aggiungo a quanto ho già detto che diffusione e degenerazione – spesso ma non sempre –
stanno dalla stessa parte. Ma questo è insito in ogni forma di comunicazione culturale.
Forse bisognerà aspettare qualche decennio per giudicare con sintesi di causa se la rete
sia un alleato o meno della riflessione, e della cultura in genere.

– 9) Pensi che la tua esperienza personale, quale autore di aforismi, sia stata fonte di maturazione letteraria, intellettuale, umana? Altrimenti, può esserlo in qualche modo?

Può sembrare un paradosso: l’incontro con l’aforisma, per me, è stata una scoperta
precoce, ma una conquista tardiva. La scoperta si rinnova ogni giorno; per la conquista mi sento perennemente non all’altezza del genere. E questa è la ragione principale per cui preferisco parlarne in punta di piedi, come di un amore appassionato, da cui ci si sempre perennemente respinti. Ma è giusto così. Meglio sentirsi sempre inferiori all’oggetto d’amore che attaccare con arroganza il cappello al chiodo…soltanto così si continua a crescere. E forse, di conseguenza, anche a far crescere chi si senta animato dalla nostra stessa tensione.

10) Quali ritieni siano le migliori doti che deve avere un autentico aforista, oltre alla propensione per la sintesi?

Umanità, “pietas”, intelligenza mobile e sottile come un fluido, spiccato senso del ritmo:
forse anche, a dispetto di tutto, un’impenitente passione per la vita. E propensione per la
metafora, pur senza mai indulgervi oltre la stoccata, il colpo di fioretto. Bisognerebbe a
questo proposito riflettere sul fatto che parecchi aforisti – non tutti – siano anche bravissimi poeti: penso, soltanto per restare in Italia, ancora a Merini e Spaziani, o tra i viventi a Cesare Viviani. Eppure scrivere versi e scrivere sentenze sono due abilità distinte, in qualche modo alternative, benché sia possibile e frequente incontrarle nella stessa persona. Ripeto spesso ai miei studenti che l’aforisma e la poesia sono come la mano destra e la sinistra, o se si vuole come i due emisferi del cervello: debbono dialogare, ma non confondersi. Anche qui sta la difficoltà, la fatica, la pazienza, il camminare sul filo del rasoio, come funamboli.

– 11) Ti senti contrariato se un aforisma di tuo conio viene pubblicato in contesti di pubblica lettura senza che sia citata la sua paternità? In sostanza: secondo te dovrebbe davvero, un aforisma, essere – come sostiene Maria Luisa Spaziani – “cosa volatile, spontanea, che nasce come un fiore e non esige alcuna sigla di origine”?

Ogni scrittore vorrebbe segretamente essere ricordato per la sua opera, ancor più che per la sua firma. In fondo, ciò che si scrive nasce per natura anonimo, o meglio “apocrifo”: appena raggiunge una forma si distacca da noi, non è già più di nessuno, è del mondo. Certo è facilissimo “rubare”, magari involontariamente, un aforisma, ma oggi – complice la rete – questo è vero per qualunque genere letterario e scientifico. Perché non fare allora il contrario, cercare di risalire dalla sentenza al suo autore? Sarebbe immensamente più stimolante, sia per chi scrive che per chi legge. Certo a nessun autore bravo e appartato fa piacere sapere di essere stato l’involontario “ghost writer” di qualche penna pigra, malandrina e famosa: ma questa del plagio è una questione delicata, che ha a che fare con virtù oggi poco praticate: la lealtà, la dignità, il “fair play”, l’orgoglio stesso di pensare e di scrivere. Credo che si tratti di un problema pedagogico, intervenire sul quale è estremamente difficile.

12) C’è una tua silloge, pubblicata o meno, alla quale ti senti più legato perché meglio ti rappresenta?

Ho pubblicato finora una sola silloge, “Breviario”, delle edizioni Joker. Sto lavorando alla seconda e mi rendo conto di essere diventata, anche rispetto alla mia opera d’esordio aforistico, terribilmente esigente. Cancello assai più di quanto non conservi, e di questo passo chissà mai se la nuova raccolta vedrà mai la luce! Ma forse non importa poi così tanto. L’importante è continuare a pensare, con onestà e coraggio, e condividere lealmente i propri pensieri. Mi sento fortunata ad avere incontrato compagni di strada eccezionali, che hanno creduto in me e mi hanno incoraggiato. Loro lo sanno. Per il momento mi basta, e credo non sia affatto poco.

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Nota BioBibliografica

Alessandra Paganardi (1963), scrittrice e saggista, ha collaborato con la casa editrice Puntoacapo e pubblicato saggi e recensioni su riviste letterarie internazionali. Raccolte di poesie: La pazienza dell’inverno, Puntoacapo editrice, 2013 (premio Operauno per l’edito, 2014; segnalato ai premi Montano,
2013 Pontedilegno 2014, Abbadia San Savino 2015;); Tempo reale, Joker edizioni, 2008 (premio San
Domenichino, 2009); Ospite che verrai, 2005 (ristampa 2007). Plaquette: Frontiere apparenti, Puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2009; Vedute, Ibiskos Ulivieri, Empoli 2008; Binario provvisorio, Circolo Culturale Seregn’ de la Memoria, Seregno 2006; Potevamo dire l’assenza, Crimeni, Olgiate Comasco 2005); Wish, edizioni Sagittario, Genova 2004, a cura di E.Grasso; Espansioni, Il club degli autori, 1998. Saggi critici, aforismi e prosa narrativa: The new italian aphorists (AA.VV, antologia collettiva bilingue a cura di Fabrizio Caramagna), USA 2013; Breviario (Premio “Merini” 2013); La magnolia contro le persiane, in AAVV, «Milano per le strade: racconti», Azimut, Roma 2009; Lo sguardo dello stupore: lettura di cinque poeti contemporanei, (Viennepierre 2005, finalista “Nabokov” 2008). Per gli aforismi inediti ha ricevuto la menzione speciale della giuria al premio “Torino in sintesi” nelle edizioni 2010 e 2014.

Intervista ad Adelmo Ravaglia

Intervista ad Adelmo Ravaglia

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1) Tra i molti generi letterari, cosa determina in te la predilezione per la “forma breve” e per l’aforisma in particolare?

A mio avviso, l’aforisma, più di ogni altro genere, stupisce per il suo andare deliziosamente contro il senso comune. E ci riesce talmente bene che nulla sa divertirmi e sorprendermi di più. Per quel che mi riguarda, poi, la combinazione di parole più esaustiva, autosufficiente, è quella che ne ha… di meno.

2) Quando è avvenuto il tuo primo incontro “fatale” con l’aforisma? E da cosa sei stato indotto a cimentarti in questo genere?

Fin da piccolo sono un appassionato di umorismo nelle sue varie forme, dal nonsense comico di Pozzetto allo humour grottesco di Villaggio, o sottilmente nero di Vianello; a quindici anni ho scoperto con gran piacere il Benni di ‘Stranalandia’, e contemporaneamente ho iniziato ad interessarmi di psicologia (Freud in particolare), ma l’incontro fatale col genere aforisma è avvenuto, qualche anno dopo, leggendo Oscar Wilde. E leggendo e rileggendo Wilde e altri grandi autori ho iniziato a inventarne e scriverne – per divertimento e voglia di far venire alla mia logica le vertigini – anch’io.

3) Quali sono stati i grandi aforisti della letteratura classica che più ti sono congeniali e che ti hanno eventualmente ispirato? Ci sono uno o più aforismi sull’aforisma che secondo te definiscono al meglio questo genere?

Oltre a Wilde, su tutti Kraus, Lec, Voltaire, Bierce, Schopenauer, Allen, Flaiano, Longanesi, Gervaso, Morandotti. Ma, ampliando i confini al nonsense e ai testi surreali, anche i miei due musicisti preferiti, John Lennon e Syd Barrett, e scrittori come Lewis Carroll ed Edward Lear. Tra le definizioni sull’aforisma, le mie preferite sono: “Se non altro l’aforisma ha il merito di far meditare chi lo formula” (Morandotti), “Un’aforisma non coincide mai con la verità. O è una mezza verità, o una verità e mezzo” (Kraus), “Un’aforisma non ha bisogno di esser vero, ma deve scavalcare la realtà. Con un passo solo deve saltarla” (Kraus) e “La superiorità dell’aforisma: uccide la spiegazione” (Mario Andrea Rigoni).

4) Ritieni che la letteratura aforistica contemporanea, in Italia, abbia dei rappresentanti in grado di raccogliere qualitativamente l’eredità dei nostri maestri del passato?

Per come la vedo io, certamente sì. Penso che ci siano davvero tanti ottimi autori d’aforismi in Italia oggi.

5) A cosa ritieni sia dovuto il calo d’interesse verso l’aforisma, nei tempi recenti, da parte del mondo editoriale?

Ho notato che una domanda ricorrente ad autori di aforismi o microsaggi è: a quando il primo romanzo? E non: a quando la prossima raccolta d’aforismi? Mentre ad un autore di un romanzo chi chiede: pronto per una raccolta d’aforismi? Che significhi qualcosa?

6) Esiste, a tuo avviso, una strada da percorrere perché l’aforisma torni a conquistare l’attenzione dei lettori, soprattutto quelli delle nuove generazioni? Quali azioni indicheresti?

Le edizioni, sia antologiche che di singoli autori, d’aforismi contemporanei, i siti, le pagine social, i premi letterari e le iniziative alla “Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano”, con aforismi mischiati a battute comiche – da inserire anche nei diari scolastici – , penso siano tutte ottime strade da continuare a percorrere e indicare.

7) A tuo avviso, l’aforisma può e deve distinguersi dalle varie forme di comunicazione “veloce” oggi tanto in voga come il tweet, lo slogan, la battuta, ecc…)?

L’aforisma che prediligo è architettato come una battuta. Ha licenza di divertire. Ma, tra tutti i generi con finalità ironiche e dissacranti, l’aforisma è quello dall’approccio più intimo, riflessivo e anticonformista, da saggi e navigati outsider.

8) Ritieni che la Grande Rete possa aiutare la diffusione del buon aforisma o che, piuttosto, ne faciliti la degenerazione in forme superficiali e scorrette?

Forse potenzialmente entrambe le cose. Ma al momento conosco solo casi positivi.

9) Pensi che la tua esperienza personale, quale autore di aforismi, sia stata fonte di maturazione letteraria, intellettuale, umana? Altrimenti, può esserlo in qualche
modo?

Certamente sì. Ma soprattutto scrivere (o leggere) aforismi rende ogni volta spassose e squisite esperienze un po’ sospette come meditare e vedere la realtà da un punto di vista anomalo. Esperienze perfette in un’ottica di crescita.

10) Quali ritieni siano le migliori doti che deve avere un autentico aforista, oltre alla
propensione per la sintesi?

Immaginazione, orecchio, voglia di sperimentare, senso della (dis)misura e dell’assurdo, direi.

11) Ti senti contrariato se un aforisma di tuo conio viene pubblicato in contesti di
pubblica lettura senza che sia citata la sua paternità? In sostanza: secondo te dovrebbe davvero, un aforisma, essere – come sostiene Maria Luisa Spaziani – “cosa volatile, spontanea, che nasce come un fiore e non esige alcuna sigla di origine”?

Se lo facesse una bella ragazza, a parte la sorpresa, potrebbe fornirmi un’ottima scusa per contattarla.

12) C’è una tua silloge, pubblicata o meno, alla quale ti senti più legato perché meglio ti rappresenta?

Si, è la silloge “Volti alla conquista di un miraggio – breviario di un abbaglio” presente nell’antologia “Geografie minime”.

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Note Biobibliografiche

Nato a Lugo (Ravenna) nel ’76, laureato in Filosofia e in Economia e Commercio, ed abilitato all’insegnamento della Geografia, non ha finora pubblicato nulla, eccetto alcuni articoli pubbliredazionali sul giornale “Ravenna & Dintorni” e alcuni aforismi su internet. E’ anche autore di canzoni.

Intervista a Fulvio Venanzini

INTERVISTA A FULVIO VENANZINI

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1) Tra i molti generi letterari, cosa determina in te la predilezione per la “forma breve” e per l’aforisma in particolare?

Potrei dire la pigrizia. Ma preferisco rispondere: l’amore per la sintesi e la musicalità, che sicuramente suona più interessante. Forse un mix di queste cose.

2) Quando è avvenuto il tuo primo incontro “fatale” con l’aforisma? E da cosa sei stato indotto a cimentarti in questo genere?

Sinceramente è avvenuto tutto per caso. Da quando ho iniziato a scrivere per divertimento su piattaforme virtuali un po’ di anni fa mi è venuto naturale esprimermi attraverso questa forma breve che inizialmente non sapevo nemmeno avesse un nome, non avendo particolari studi letterari alle spalle. In seguito ho scoperto la tradizione comica e a quella mi sono ispirato, essendo quello il mio terreno e la mia vera passione.Diciamo che mi sono/hanno scoperto “aforista”, figura che non sapevo esistesse ufficialmente fino a circa un paio di anni fa. Ora mi sento anche un po’ più figo, proprio grazie a quell'”ista”.

3) Quali sono stati i grandi aforisti della letteratura classica che più ti sono congeniali e che ti hanno eventualmente ispirato? Ci sono uno o più aforismi sull’aforisma che secondo te definiscono al meglio questo genere?

Se devo essere ancora sincero, nessuno. Potrei cercare su Google e fare dei nomi ma sarebbe scorretto. La verità è che ne ho letto  qualcuno qua e là ma senza mai approfondire o concentrarmi su un autore specifico. Ogni tanto uno mi colpisce e ispira.  L’unico libro di aforismi che ho letto è stato uno di Marcel Proust ma l’ho interrotto perché li ho trovati un po’ noiosi, preferisco Guzzanti.
Aforismi sull’aforisma non ne conosco.

4) Ritieni che la letteratura aforistica contemporanea, in Italia, abbia dei rappresentanti in grado di raccogliere qualitativamente l’eredità dei nostri maestri del passato?

Penso di sì, forse la gran parte si trova sul web, il che rende tutto più dispersivo. Ma ad esempio Twitter secondo me rappresenta un’ottima palestra in questo senso, proprio perché obbliga alla sintesi. L’importante è avere delle idee, qualcosa da dire.

5) A cosa ritieni sia dovuto il calo d’interesse verso l’aforisma, nei tempi recenti, da parte del mondo editoriale?

Il motivo principale secondo me è che il pubblico vuole delle “belle storielle”, qualcosa di “coinvolgente” e l’aforisma prima che ti abbia coinvolto è già finito. Un eccessivo legame con la narrazione insomma. Ho saputo, ad esempio, che Fabio Fazio da giovane ha pubblicato un libro di aforismi. Ma oggi chi è che può permettersi di pubblicarne? J-Ax? Credo sia un problema culturale, come sempre.

6) Esiste, a tuo avviso, una strada da percorrere perché l’aforisma torni a conquistare l’attenzione dei lettori, soprattutto quelli delle nuove generazioni? Quali azioni indicheresti?

Difficile da dire. Occorrerebbe riabituare la popolazione al pensiero autonomo e alla riflessione. Il che è abbastanza difficile in questa cultura del tormentone e del meme.

7) A tuo avviso, l’aforisma può e deve distinguersi dalle varie forme di comunicazione “veloce” oggi tanto in voga come il tweet, lo slogan, la battuta, ecc…)?

Credo che al di là delle definizioni conti essenzialmente la qualità,
l’originalità, lo stile, la tecnica. Il “contenitore” è secondario, quello al massimo influenza il giudizio e la percezione, cosa che io trovo decisamente sbagliata. Chiaramente io propendo per l’aforisma comico, per la battuta, ma non ne farei distinzioni di genere, perché vedrei in ciò la morte dell’aforisma.

8) Ritieni che la Grande Rete possa aiutare la diffusione del buon aforisma o che, piuttosto, ne faciliti la degenerazione in forme superficiali e scorrette?

Il problema principale della rete è che facilita il furto, anche a scopo di lucro come è accaduto a me in prima persona. Per il resto trovo che sia un ottimo mezzo di diffusione;  piuttosto dovrebbe stare al lettore conservare oggi la capacità di discernere il materiale di valore da quello mediocre.

9) Pensi che la tua esperienza personale, quale autore di aforismi, sia stata fonte di maturazione letteraria, intellettuale, umana? Altrimenti, può esserlo in qualche modo?

Senza dubbio sì, soprattutto dal punto di vista tecnico credo di essermi affinato molto e aver acquisito maggiore naturalezza e ritmo nella scrittura.

10) Quali ritieni siano le migliori doti che deve avere un autentico aforista, oltre alla propensione per la sintesi?

Direi: sintesi, ritmo, acume, sensibilità e soprattutto apertura mentale.

11) Ti senti contrariato se un aforisma di tuo conio viene pubblicato in contesti di pubblica lettura senza che sia citata la sua paternità? In sostanza: secondo te dovrebbe davvero, un aforisma, essere – come sostiene Maria Luisa Spaziani – “cosa volatile, spontanea, che nasce come un fiore e non esige alcuna sigla di origine”?

Certo che sì. Un aforisma è pur sempre un’opera di ingegno e come tale va trattata, pertanto ne va rispettata la paternità, altrimenti lo si sminuisce.Non vedo perché non riservargli lo stesso rispetto che si riserva alla poesia o alla canzone. Purtroppo, specie in Italia, l’autore non è affatto tutelato sul web e così ti ritrovi una tua battuta messa in vendita su una t-shirt da una data azienda a 40 euro. Quindi “cose volatili e spontanee” che però generano profitto a discapito degli autori, e questo è un bel problema.

12) C’è una tua silloge, pubblicata o meno, alla quale ti senti più legato perché meglio ti rappresenta?

Non posso che citare la mia unica raccolta auto-pubblicata dal titolo “Inquietologia”, del 2014.

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Note bio-biliografiche

Fulvio Venanzini, nato a Montefiascone (VT) il 9-11-1981, diplomato al liceo classico, vive a Montefiascone. Nel 2009 realizza insieme a Claudio Gianvincenzi il pilota televisivo comico autoprodotto “Disgustibus” di cui è coautore, attore e regista, seguito nel 2010 dal cortometraggio “Uropa” premiato presso alcuni festival locali, nel 2012 da un nuovo pilota della serie “Disgustibus” e nel 2013 dal cortometraggio “Gioventù Quotata”. Nel 2014 pubblica il suo primo libro di aforismi e battute comiche, “Inquietologia”, attraverso il sito di autopubblicazione online Lulu.com.

Intervista a Maurizio Manco

INTERVISTA A MAURIZIO MANCO

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1) Tra i molti generi letterari, cosa determina in te la predilezione per la “forma breve” e per l’aforisma in particolare?

Una certa innata diffidenza verso i sistemi, costruzioni imponenti ma tanto più inabitabili e inumane quanto più ‘perfette’. Dell’aforisma mi attrae il suo essere un genere antidogmatico, antiretorico, che suggerisce, provoca e insinua piuttosto che prescrivere; la sua concisione, l’incisività, la capacità di creare cortocircuiti mentali che, rovesciando luoghi comuni, illuminano aspetti insoliti delle cose; il primato che assegna all’intuizione sulla spiegazione: un atto di fiducia verso il lettore. Un altro aspetto che ne apprezzo molto è, pur nella (o grazie alla) sua frammentarietà, la sua indubbia funzione speculativa, il suo forte legame col pensare filosofico.

2) Quando è avvenuto il tuo primo incontro “fatale” con l’aforisma? E da cosa sei stato indotto a cimentarti in questo genere?

Nelle mie letture ho da sempre avuto la tendenza a isolare le frasi icastiche, che conservano una loro validità indipendentemente dal contesto e, anzi, da tale estrapolazione sembrano perfino guadagnare in pregnanza. Ne ho raccolte migliaia. Ma l’incontro “fatale” è stato senz’altro quello, folgorante, con l’opera di Cioran, con cui ho sentito immediatamente una profonda affinità spirituale. Una delle molte cose che ho imparato da lui è che “si tira un aforisma come si tira uno schiaffo”: non per offendere o danneggiare, ma con l’intenzione di risvegliare dal ‘sonno della ragione’, di scuotere la coscienza dall’atrofia. E, dopo averne presi tanti – una terapia salutare – mi è venuta voglia di provare a darne a mia volta qualcuno. Insieme a qualche carezza.

3) Quali sono stati i grandi aforisti della letteratura classica che più ti sono congeniali e che ti hanno eventualmente ispirato? Ci sono uno o più aforismi sull’aforisma che secondo te definiscono al meglio questo genere?

I Presocratici, che l’usura del tempo e l’oblio hanno reso aforisti involontari. Seneca. Marco Aurelio. Montaigne. Pascal. Chamfort. Leopardi. Schopenhauer. Nietzsche. E per il Novecento: Kraus, Valéry, Canetti, Cioran e, in Italia, Giuseppe Rensi, Flaiano, Morandotti, Pontiggia, Sgalambro, Quinzio, Ceronetti, Rigoni. Credo che, trattandosi di un genere che sfugge alle etichette, nessuno dei molti aforismi sull’aforisma ne dia una definizione soddisfacente. Tuttavia mi piace citarne alcuni fra quelli che più sento vicini alla mia idea di aforisma: “La superiorità dell’aforisma consiste nell’uccidere la spiegazione.” (Mario Andrea Rigoni) “[L’aforisma] conserva gelosamente il suo margine di ombra: è lì che nasconde la sua verità.” (Ferruccio Masini) “L’aforisma è l’uso pessimistico della scrittura.” (Manlio Sgalambro)

4) Ritieni che la letteratura aforistica contemporanea, in Italia, abbia dei rappresentanti in grado di raccogliere qualitativamente l’eredità dei nostri maestri del passato?

Forse. Ma occorre umiltà, duro lavoro, un maggiore ricorso al “dio della cancellatura” (Flaubert) da cui deve scampare solo ciò che ha messo radici sulla pagina. Ad ogni modo, ciò che vale resterà. Credo inoltre che alcuni nostri filosofi e intellettuali – penso a Giorgio Agamben, Franco Rella, Salvatore Veca e altri – potrebbero scrivere ottimi aforismi. Il fatto che non lo facciano è forse sintomo della scarsa considerazione di cui il genere gode nel mondo accademico.

5) A cosa ritieni sia dovuto il calo d’interesse verso l’aforisma, nei tempi recenti, da parte del mondo editoriale?

Il mondo editoriale è, purtroppo, vincolato al mercato e, con poche ammirevoli eccezioni, manca di coraggio. Resta il self publishing, ripiego un po’ malinconico.

6) Esiste, a tuo avviso, una strada da percorrere perché l’aforisma torni a conquistare l’attenzione dei lettori, soprattutto quelli delle nuove generazioni? Quali azioni indicheresti?

A prima vista potrebbe sembrare che l’aforisma, per la sua concisione, sia un modo espressivo congeniale ai nuovi media e alle nuove generazioni. Ma è un’affinità solo apparente. Non bisogna confondere la brevità densa dell’aforisma, che richiede attenzione, riflessione, e il cui peso specifico è inversamente proporzionale alla lunghezza, con la velocità spesso superficiale dello slogan effimero, ornamentale o della battuta ammiccante, triviale. Perciò, non sono ottimista. Anche perché per sua natura l’aforisma, genere
impegnativo anche quando fa sorridere, perturba. Costringe a pensare a temi da cui la maggioranza, con accanimento a volte disperato, cerca di distrarsi. Spinge a scrutare zone della vita da cui molti scelgono di stornare lo sguardo. Sollecita a concentrarsi proprio su ciò che, per quieto vivere, si vorrebbe eludere. E solo i pochi in grado di apprezzare il salutare malessere e il benefico disagio del pensiero sono disposti ad affrontare questa fatica. Ma, detto ciò, parafrasando Valéry, “il faut tenter d’écrire”. Se non altro per i nostri “venticinque lettori”.

7) A tuo avviso, l’aforisma può e deve distinguersi dalle varie forme di comunicazione “veloce” oggi tanto in voga come il tweet, lo slogan, la battuta, ecc…)?

L’aforisma si distingue da sé. Per la qualità. Emerge come un diamante nel fango, indipendentemente dal mezzo dove è pubblicato: un aforisma su Twitter resta un aforisma, una battuta in un libro di aforismi resta una battuta. Tuttavia, anche l’uso (o l’abuso) che se ne fa può nobilitarlo o, banalizzandolo, svilirlo. C’è poi, come per ogni opera d’ingegno, il problema della ricezione. Come dice Gómez Dávila: “Le frasi sono pietruzze che lo scrittore getta nell’animo del lettore. Il diametro delle onde concentriche che esse formano dipende dalle dimensioni dello stagno.” Perciò, anche il miglior aforisma – come la migliore poesia, o la migliore musica – se cade in un animo angusto, può risuonarvi meno della battuta più scadente.

8) Ritieni che la Grande Rete possa aiutare la diffusione del buon aforisma o che, piuttosto, ne faciliti la degenerazione in forme superficiali e scorrette?

Può fare, e fa, entrambe le cose. La Grande Rete è uno smisurato contenitore informe e onnivoro, che cattura di tutto. C’è da sperare che il Tempo, selezionatore (quasi) sempre giusto, sappia trascegliere i pesci buoni da quelli cattivi, come nella parabola evangelica.

9) Pensi che la tua esperienza personale, quale autore di aforismi, sia stata fonte di maturazione letteraria, intellettuale, umana? Altrimenti, può esserlo in qualche modo?

Mi piace pensare di sì. Leggo con più senso critico. Scrivo con più rigore. Vivo con più disciplina verso me stesso e con più compassione verso i miei accidentali compagni di viaggio e di destino in questa “nave salpata da un porto ignoto per un porto ignoto” (Pessoa).

10) Quali ritieni siano le migliori doti che deve avere un autentico aforista, oltre alla propensione per la sintesi?

Credo che occorra una combinazione di doti etiche e tecniche. Essere un disilluso, ma anche un sognatore. Cinico, ma anche idealista. Solitaire, eppure solidaire (Camus). Avere il coraggio di pensare fino in fondo, ironia, lucidità, attitudine alla scepsi, al rivoltare le cose. Curiosità per il mistero inesauribile del mondo e della terribile meraviglia della vita, pietas per l’uomo e per la tragicità della sua condizione. Ma si possono avere tutte queste doti e tuttavia non essere in grado di esprimersi in forma aforistica. Occorre anche tecnica, conoscenza delle possibilità espressive della lingua, e soprattutto la capacità di trovare un proprio tono, un accento personale, la propria cifra.

11) Ti senti contrariato se un aforisma di tuo conio viene pubblicato in contesti di pubblica lettura senza che sia citata la sua paternità? In sostanza: secondo te dovrebbe davvero, un aforisma, essere – come sostiene Maria Luisa Spaziani – “cosa volatile, spontanea, che nasce come un fiore e non esige alcuna sigla di origine”?

A un certo punto bisogna lasciar andare i propri figli. Ma la paternità resta importante. Se non altro per una questione di rispetto.

12) C’è una tua silloge, pubblicata o meno, alla quale ti senti più legato perché meglio ti rappresenta?

Tutto ciò che scrivo mi rappresenta, mentre lo scrivo. Perciò, oggi mi sento meglio rappresentato dal lavoro dei miei ultimi anni, raccolto in Sismografie, silloge ancora inedita. Anzi, ne approfitterei per lanciare un appello …

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Bibliografia

Maurizio Manco (Gallipoli, 1963), è laureato in Storia dell’Arte a Firenze, città dove vive e lavora,
occupandosi di diritti civili, nella pubblica amministrazione. Schivo per natura, umanista malgrado
l’uomo, verso cui nutre un fiducioso scetticismo, coltiva masochisticamente il benefico disagio del
pensiero, sempre in bilico tra sogno e disincanto, idealismo e cinismo. Pratica ossessivamente il
“vizio impunito” della lettura, con un’insana predilezione per gli scrittori suicidi; pesca perle
letterarie e colleziona citazioni. Da quando è rimasto folgorato sulla via di Cioran, scrive aforismi,
tentando con alterno successo di affrancarsi dall’imprinting del maestro di stile e di vita, ma senza
giungere al parricidio.

Sue sillogi aforistiche sono state pubblicate in alcuni volumi antologici: Disappunti (in “Geografie
minime”, Edizioni Joker, Novi Ligure 2015); Senza titolo (in “Le figure del pensiero – Antologia
del Premio Nazionale di Filosofia – X Edizione”, Sillabe di Sale, Condove 2016); Scatti (in
“Antologia del Premio Internazionale per l’Aforisma ‘Torino in Sintesi’ – V edizione – 2016”,
Edizioni Joker, Novi Ligure 2016).
Con FUOCOFuochino ha pubblicato Generi di sconforto. Aforismi (Viadana 2017)

Intervista a Sandro Montalto

INTERVISTA A SANDRO MONTALTO

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1) Tra i molti generi letterari, cosa determina in te la predilezione per la “forma breve” e per l’aforisma in particolare?
2) Quando è avvenuto il tuo primo incontro “fatale” con l’aforisma? E da cosa sei stato indotto a cimentarti in questo genere?

Risponderò in una unica soluzione alle prime due domande. Se “predilezione” significa produzione esclusiva preponderante, per me non è tale siccome su ventuno libri pubblicati finora solo uno è di aforismi. Da sempre scrivo poesia, prosa, aforismi, teatro, critica, saggi e altro pensando che ogni messaggio che si vuole lanciare necessiti di una precisa forma e di un determinato genere per essere espresso al meglio, e dunque non potrei pensarmi scrittore senza una certa poliedricità. Ad esempio spesso si vedono poesie scritte a tavolino per lanciare certi messaggi che dovrebbero essere invece sviluppati in prosa, e i risultati sono inequivocabilmente orribili; oppure si vedono persone che vogliono scrivere per il teatro avendo solo esperienza di prosa e ignorando le specificità tecniche del testo per la scena, con risultati ugualmente deludenti. Per l’aforisma si possono dire cose simili.
Quando ero bambino e ragazzino conoscevo una quantità incredibile di barzellette di ogni genere, e adoravo raccontarle ed ascoltarle (adoro farlo ancora oggi, ma la mia memoria sta diventando precocemente difettosa). Quando ne imparavo una nuova mi mettevo davanti a un foglio e cercavo di rappresentarne graficamente la struttura; poi, quando pensavo di averla capita, ne inventavo altre che funzionassero allo stesso modo e le “testavo”raccontandole in giro. Ho così imparato a distinguere vari tipi di storiella, e qui hanno radice alcuni lavori che ho poi fatto in età più matura: sia quelli sul teatro (una certa capacità di gestione dei tempi è vitale per il buon barzellettiere) sia quelli sul comico che si sono concretizzati in studi su alcuni autori (da Buster Keaton a Samuel Beckett) e in alcune opere creative come Crolli emotivi, sottotitolato “Romanzo per uso esterno”. Fino a quando un giorno, casualmente siccome nella mia famiglia non ci si poteva permettere di comprare libri e quindi leggevo disordinatamente quello che trovavo o mi prestavano, ho incontrato da qualche parte il termine “aforisma” (non ricordo dove, né quali autori ho letto per primi) e ho iniziato ad approfondire scoprendo che si potevano dire cose serie e profonde sfruttando la brevità e formule retoriche, così mi pareva, simili a quelle che mi divertivano. Il passaggio seguente, ossia quello di analizzare gli aforismi altrui (scoprendo via via con entusiasmo quanti autori e quanti generi esistono) e poi scriverne di miei, è stato naturale. Da subito mi è stata ben chiara la differenza tra una battuta umoristica e un aforisma (anche se l’esatto confine è come il tempo secondo Sant’Agostino: so cos’è ma se mi chiedi di dirlo non lo so più), ma anche la possibilità di fondere efficacemente in un unico aforisma alto e basso, divino e terreno, serio e faceto. Siccome credo che chiunque viva questi aspetti in maniera nettamente distinta abbia seri problemi psicologici, e sia in ogni caso scollato dalla realtà. In questo senso, tra i migliori aforismi che conosco continuano ad esserci alcune uscite di Woody Allen nelle quali si sente chiaramente l’uomo che conosce come va il mondo, che ha cultura, e che conosce il delicato equilibrio (e la vitale coesistenza) di leggerezza e gravità. Alcuni pensano che dietro a suoi aforismi come «Non solo Dio non esiste, ma provate a cercare un idraulico di domenica!» o «Il sesso senza amore è un’esperienza vuota, ma tra le esperienze vuote è una delle migliori», oppure ancora «Ho smesso di fumare: vivrò una settimana di più e in quella settimana pioverà a dirotto» ci sia del cinismo, ma osservando bene chi lo pensa ci si accorge come costui non abbia compreso le coesistenze di cui ho appena parlato, le quali sono alla base dell’esistere nel mondo (d’altra parte i disastri li hanno sempre compiuti coloro i quali vedevano la vita in maniera netta, manichea, rigida, ipocritamente schiacciata su comandamenti astratti). Non voglio dire che l’aforisma sia per sua natura apodittico, o scettico, o che altro: non lo so. Non credo che debba avere una certa forma o un certo contenuto, credo piuttosto che debba concretizzare la coesistenza di opposti che caratterizza la nostra vita. Sicuramente, però, dovrebbe tra l’altro insegnare una capacità di sintesi che è un atteggiamento mentale prima che scrittorio, utile a ragionare e a ben operare. La forma è così importante, d’altra parte, che spesso davanti a due aforismi ugualmente efficaci che dicono cose opposte è onestamente difficile decidere a quale aderire. Ed è vero che il “lavoro di lima” è fondamentale in qualsiasi opera, ma penso che l’aforisma migliore nasca all’improvviso, in una folgorazione nella quale forma e contenuto sono inestricabili. Ancora oggi mi accorgo che, pur amando autori che concepiscono la forma breve come un microsaggio (penso a Canetti, ad esempio), ed avendo molto praticato io stesso questa modalità, quello che cerco è il messaggio profondo e sentito espresso però nella forma più efficace possibile. Il che non significa necessariamente più breve: come nei dialoghi di un romanzo, quando leggi un aforisma se hai un minimo di orecchio capisci subito se il tutto è pensato e naturale allo stesso tempo, come dovrebbe essere. Se percepisco che in un aforisma c’è anche solo una parola di troppo, come spesso avviene, provo un profondo fastidio: penso che in questo genere più che negli altri contenuto, ritmo e “quantità” siano indissolubili. Non è un caso, penso, che spesso i migliori aforisti non sono stati scrittori in senso stretto ma saggisti, artisti, a volte persone che facevano tutt’altro: vale a dire persone che non si preoccupavano di dare ai loro aforismi una inutile patina di letterarietà. Infine, vorrei aggiungere che l’aforisma smaschera facilmente il suo autore: come dicevo prima serve un po’ di orecchio, che ci si forma leggendone molti e di diverso tipo, ma se l’autore non è autentico, o non padroneggia il ritmo, o non ha una precisa idea di quel che vuol dire si nota subito.

3) Quali sono stati i grandi aforisti della letteratura classica che più ti sono congeniali e che ti hanno eventualmente ispirato? Ci sono uno o più aforismi sull’aforisma che secondo te definiscono al meglio questo genere?

Amo Cioran come amo Allen o Sergio Quinzio, e amo Lec come Marco Aurelio o Kraus, Canetti come Montaigne o Ambrose Bierce(ovviamente potrei citarne molti altri). Certo mi appassionano meno autori come i moralisti francesi, ma anche in essi trovo a volte aforismi la cui validità in ogni tempo e situazione è straordinaria. Amo molto gli antichi e certe cose delle culture lontane dalla nostra. E sono decisamente più interessato a chi scrive libri di aforismi in quanto tali rispetto a chi dissemina i suoi aforismi in opere di altro genere; però come non amare Oscar Wilde, che ancora oggi alcuni pensano sia un autore salottiero mentre è stato uno scrittore di straordinaria profondità? E che dire di Shakespeare, o Borges, che gettano copiosamente splendidi aforismi nelle loro opere? E di certi memorabili passi dell’Antico Testamento, che pure è un caso ancora diverso? Naturalmente, anche tra le battute di alcuni autori si nascondono aforismi memorabili: basti citare tra gli altri i classici Longanesi («Uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica»), Flaiano («La situazione politica in Italia è grave, ma non seria»; «L’insuccesso mi ha dato alla testa») e Marchesi («È sbagliato giudicare un uomo dalle persone che frequenta. Giuda, per esempio, aveva degli amici irreprensibili»). E, per chiuderla qui, che dire di autori non di aforismi ma che per me sono come la lettura del breviario, ad esempio Seneca?
Quanto agli aforismi sull’aforisma che trovo più belli e significativi, quelli belli e famosi sono un mazzetto (che di recente mi è anche capitato di raccogliere per una plaquette legata al premio “Torino in Sintesi”), e citerò certamente cose che molti altri hanno già citato. Scelgo questi: «L’aforisma non è breve: è incommensurabile» (José Bergamín); «Aforisma: saggezza predigerita» (Ambrose Bierce); «Un aforisma benfatto sta tutto in otto parole» (Gesualdo Bufalino); «Mi fa orrore sviluppare, spiegare, commentare, sottolineare, mi fa orrore tutto quello che ricorda il filosofo, e quindi il professore. La filosofia è un pensiero che si spande (come si dice dello sterco di vacca quando si allarga). Non amo che il pensiero conciso, fulminato in una formula» (Emil Cioran); «Il vantaggio dell’aforisma sul sistema è la facilità con cui si dimostra la sua insufficienza. Tra poche parole è difficile nascondersi come tra pochi alberi» (Nicolás Gómez Dávila); «L’aforisma è il tentativo di risolvere dialetticamente il conflitto tra esperienza e riflessione» (Alessandro Morandotti).

4) Ritieni che la letteratura aforistica contemporanea, in Italia, abbia dei rappresentanti in grado di raccogliere qualitativamente l’eredità dei nostri maestri del passato?

Certo! Non farò qui, naturalmente, dei nomi specifici. Tuttavia l’aforisma in Italia mi pare vivissimo, come ho sempre sospettato captandone i prodotti qua e là (troppo spesso condannati alla macchia). Ho allora deciso nel 2003 di fondare la collana di aforismi “Athanor” presso le Edizioni Joker, che oggi raccoglie quasi tutto il meglio in questo campo si va stampando in Italia. Da allora una cosa ha tirato l’altra: sono entrato in contatto con molti autori, taluni già maturi e consapevoli e altri in via di formazione ma con tutte le carte in regola, e ne ho talvolta organizzato la pubblicazione in volumi autonomi e in antologie. Molti autori non li ho giudicati ancora meritevoli di pubblicazione ma si sono quasi sempre dimostrati aperti a suggerimenti e desiderosi di ampliare le loro conoscenze. Poco dopo è iniziata anche in questo senso la collaborazione soprattutto con Anna Antolisei e Fabrizio Caramagna, e sono nati il Premio Internazionale per l’Aforisma “Torino in Sintesi” e l’Associazione Italiana per l’Aforisma (AIPLA) di cui sono vicepresidente. Intorno alla collana, all’associazione con il relativo sito e al Premio (senza dimenticare l’ottimo sito “Aforisticamente” da Caramagna ideato e curato, grazie al quale sono stati portati in Italia molti autori stranieri di estremo interesse) è stato tutto un fiorire di iniziative e (è quello che fondamentalmente mi premeva) si è manifestata presso gli aforisti la voglia di leggersi e commentarsi a vicenda. Solo passando attraverso questa fase di presa di coscienza del lavoro di tutti sarà possibile aprirsi in maniera efficace ai lettori (i quali, quando ne hanno avuto l’occasione, hanno quasi sempre reagito con notevole curiosità alle nostre iniziative). Certo l’aforisma sembra facile da scrivere, e compare ovunque robaccia (che è tale perché chiaramente manca a monte una consapevolezza e una conoscenza specifica del genere); spesso viene confuso con la battutina tout court o con il motto da Bacio Perugina, o con lo slogan (anche se si potrebbe molto discutere su questo territorio di confine). Ma il nostro lavoro sta contribuendo in maniera significativa a precisare di cosa stiamo parlando presso una cerchia di lettori sempre più ampia. Detto questo, è fin troppo ovvio che il tempo filtrerà (ma non ho detto che necessariamente filtrerà bene: per questo occorre essere sempre vigili), e cosa resterà lo scopriremo solo tra molto tempo. Tuttavia dire che non ci sono eredi, o che il passato contiene sempre il meglio, mi pare ogni volta un buon modo per deresponsabilizzarsi. Occorre gettarsi nella mischia, comprendere, esaminare, valutare, comparare… e alla fine scommettere. Si può sbagliare, ma l’attuale, desolante situazione editoriale è il frutto di generazioni che hanno smesso di combattere (spesso esibendosi come combattenti sconfitti, ma sotto sotto desiderando di essere ammessi come cortigiani).

5) A cosa ritieni sia dovuto il calo d’interesse verso l’aforisma, nei tempi recenti, da parte del mondo editoriale?

Questo calo non lo vedo. C’è un calo nei confronti dell’aforisma contemporaneo, e la grande editoria non fa più ricerca, questo sì… ma si tratta comunque di un vuoto editoriale vecchio al massimo di una ventina d’anni: prima l’editoria seguiva con una certa continuità, anche se certo con il contagocce, questo genere (che a metà Novecento era ancora importantissimo). Tuttavia ancora oggi in ogni libreria in cui entro uno scaffalino dedicato agli aforismi lo trovo. Penso che chi come noi coltiva con passione questo genere dovrebbe imparare a cavalcare l’onda di questo persistente interesse editoriale lavorando alla base, con pazienza e tenacia, per far sì che poco alla volta il vero aforisma prenda il posto della battutina volgare, dell’osannata banalità (non divertente) stile Flavio Oreglio, o anche dell’ennesima traduzione dei soliti noti (Wilde in testa) della quale non si sente davvero il bisogno. Un’altra cosa da imparare sarebbe un corretto ed efficace uso di internet, nonostante ci si debba tuffare in un mare magnum piuttosto limaccioso. C’è poi da aggiungere che un editore deve vendere libri, non è un ente di beneficienza. Ad un editore si può (si deve) chiedere di impiegare parte degli sforzi per pubblicare volumi in sicura perdita economica ma dall’evidente prestigio culturale, ma non di condannarsi al fallimento. Le spese che un editore deve affrontare sono ormai assurde, ed occorre mediare. L’errore lo compie chi cancella dal proprio orizzonte i prodotti di maggiore pregio e si dedica esclusivamente a qualsiasi prodotto garantisca una vendita immediata. Una operazione editoriale come Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano di Gino&Michele (nella quale peraltro sono stato ospitato anche io, anche se i curatori scelsero il peggio di quello che avevano inizialmente raccolto di mio, come mi confessò un redattore), a dispetto delle critiche di molti, insieme a moltissime battute umoristiche conteneva una buona quantità di aforismi estremamente belli e interessanti. Poteva essere l’occasione per un rilancio in grande stile del genere aforistico, ma gli autori e gli editori si chiusero in uno sdegnato snobismo così presso il grande pubblico passò l’idea che il campo dell’aforisma coincideva con quello della battuta. Fino a quando di tutto questo si persero l’arguzia e l’intelligenza e rimase una sottospecie di stentato comico da quattro soldi, buono per far ridere anche il più ottuso tra gli spettatori (siccome nel frattempo il “lettore” era diventato, appunto, “spettatore”).

6) Esiste, a tuo avviso, una strada da percorrere perché l’aforisma torni a conquistare l’attenzione dei lettori, soprattutto quelli delle nuove generazioni? Quali azioni indicheresti?

Come anticipavo, forse dovremmo sfruttare la passione del lettore comune per la velocità, per la rapidità del messaggio, per gli slogan e instillare in questa rapidità un messaggio più pregnante, e una ricercatezza (efficacia? autenticità?) linguistica che sappia combattere la repellente banalizzazione del reale che una mentalità stile Twitter ha instillato in troppe persone. E’ una delle possibilità, sia chiaro, ma potrebbe nel tempo breve facilitare il lavoro di diffusione del vero aforisma. Sia chiaro: non ce l’ho con Twitter a priori. Recentemente durante una presentazione di poesia ho citato un aforisma splendido nato proprio su quel social: «le poesie su internet sono silenzi che non ce l’hanno fatta». E, mi si dice (io non lo uso), chi usa questo mezzo si trova in una sorta di continuo confronto reciproco. Ciò che voglio dire è che ogni mezzo di espressione che non abbia un minimo di filtro a priori (che però non deve essere censorio) rischia, credo, di premiare chi scrive tanto invece di chi scrive bene. Senza contare che la brevità imposta, in numero di caratteri, può essere un gioco divertente ma schiaccia l’aforisma su una sola delle sue tante forme possibili. Il rischio è quello di confondere la brevità con la concisione, e quindi, tornando da capo, quello di confondere l’aforisma con lo slogan. Sicuramente occorrerebbe togliere all’aforisma quella patina di elitarismo che alcuni autori hanno contribuito a creare, e così forse ricomincerà anche il passaparola dei lettori. Stanislaw Jerzy Lec, che pure adoro, ha scritto che «la gente non ama che i pensieri che non fanno pensare», tuttavia credo che non sia così vero: mi capita non raramente di leggere su Facebook aforismi bellissimi, spesso scritti da utenti comuni; in molti altri casi vedo citati aforismi splendidi di grandi autori, che vengono condivisi in breve tempo da centinaia se non migliaia di altri utenti. Solo moda? Non credo.

7) A tuo avviso, l’aforisma può e deve distinguersi dalle varie forme di comunicazione “veloce” oggi tanto in voga come il tweet, lo slogan, la battuta, ecc…)?

Credo di avere già risposto. Deve assolutamente distinguersi ma senza che questo alimenti il sussiego e lo snobismo di nessuno. Di questo nuovo tipo di comunicazione si dovrebbe forse (ma in certi casi: non è l’unica soluzione possibile) sfruttare la rapidità, riempiendola però di quei contenuti che solitamente nella comunicazione in stile spot manca.

8) Ritieni che la Grande Rete possa aiutare la diffusione del buon aforisma o che, piuttosto, ne faciliti la degenerazione in forme superficiali e scorrette?

Anche su questo – mi scuso – credo di avere detto la mia prima, rispondendo alla domanda 6. Ma non si segnalerà mai abbastanza il pericolo della comunicazione facile: quella di dare la parola a chiunque, il rischio (è un allarme recentemente ribadito da Umberto Eco, ma è quotidianamente sotto gli occhi di tutti) che l’opinione di un vero esperto, di un premio Nobel o del primo che passa siano ritenute ugualmente importanti in nome di una qualche idea distorta e ridicola di democraticità.

9) Pensi che la tua esperienza personale, quale autore di aforismi, sia stata fonte di maturazione letteraria, intellettuale, umana? Altrimenti, può esserlo in qualche modo?

Scrivere aforismi per me è stata una abitudine quasi quotidiana: il mio primo libro di aforismi, uscito nel 2005, contiene circa 1800 aforismi, che sono però il precipitato dei circa 10.000 scritti fino ad allora. Per lungo tempo ne ho scritti diversi ogni giorno e questa pratica ha accompagnato ogni risvolto della mia vita, di scrittore e di persona nel mondo. Era un allenamento, lo sapevo, e fin da subito sapevo che avrei dovuto poi selezionare in maniera severa. Proprio il processo di selezione (siccome credo che l’aforisma bello sia una buona cosa in sé, ma che un vero autore debba poi dar prova di saper organizzare un volume coeso e coerente) ha fatto di me un vero aforista (non dico un bravo aforista, ovviamente). Solo una volta terminata questa fase, un po’ per caso e un po’ volutamente, ho iniziato a leggere ogni aforisma mi capitasse a tiro (prima ne avevo letti, ovviamente, ma l’“angoscia dell’influenza” di steineriana memoria esiste), ed oggi posso dire di aver letto quasi tutto quanto in aforistica è stato pubblicato in italiano. Durante questa fase di letture voraci mi sono sentito a casa, e quando ho letto l’aforisma di Canetti «I grandi autori di aforismi sembra che si conoscano tutti bene fra loro» ho capito perfettamente, pur non essendo grande, cosa intendesse dire. Come ho detto all’inizio, poi, sicuramente il senso critico che si era sviluppato in me, e l’abitudine ad organizzare il pensiero in maniera precisa e concisa, mi hanno migliorato a livello sia intellettuale sia umano. Andare al sodo curando la forma nel rispetto dell’autenticità è una lezione fondamentale, per lo scrittore e ancora più per l’uomo. Oggi sento di aver fatto tesoro di quella fase, e scrivo in maniera infinitamente più rara e misurata. Posso aggiungere che la lettura dei grandi aforisti ha confermato le idee che da sempre albergavano in me: il potere conoscitivo dell’ironia, la necessità di un sapere pluridisciplinare, la diffidenza verso un sapere monolitico e chiuso (che genera intolleranza e quindi violenza), una certa concezione del pensiero più reticolare che lineare. Nella prefazione all’ultima antologia di aforisti contemporanei che ho curato ho citato il filosofo Francis Bacon: «gli aforismi, rappresentando una conoscenza frammentaria, invitano gli uomini a indagare ulteriormente, mentre i sistemi, recando la parvenza di un totale, rassicurano gli uomini come se essi fossero al culmine della conoscenza». Vale a dire che il leggere e lo scrivere aforismi denunciano una sorta di disillusione: forse il mondo non è più sintetizzabile in sistemi coerenti di pensiero, o con un deterministico ottimismo, né è più possibile organizzare senza significative contraddizioni la nostra percezione di esso. Ma è proprio qui che sta il bello.

10) Quali ritieni siano le migliori doti che deve avere un autentico aforista, oltre alla propensione per la sintesi?

Una cultura ampia e pluridisciplinare e un lungo allenamento a comprendere i moti umani (allenamento che si compie sul campo sporcandosi, e non solo sui libri). La capacità di non mescolarsi alla folla senza diventare elitario. Capacità e volontà di osservare sia se stesso sia gli altri con pietà e onestà allo stesso tempo. L’aforista deve inoltre avere spirito (nel senso di “witz”), interesse per la storia e disprezzo per la cronaca, capacità di meravigliarsi ogni giorno, buon gusto (che non significa aver sempre paura di offendere qualcuno!), amore per la libertà, apertura. E la pazienza di lasciar sedimentare i testi per poi riguardarli con occhi nuovi: detesto l’abitudine di scrivere un aforisma e pubblicarlo immediatamente su Facebook.

11) Ti senti contrariato se un aforisma di tuo conio viene pubblicato in contesti di pubblica lettura senza che sia citata la sua paternità? In sostanza: secondo te dovrebbe davvero, un aforisma, essere – come sostiene Maria Luisa Spaziani – “cosa volatile, spontanea, che nasce come un fiore e non esige alcuna sigla di origine”?

Mi è successo non solo questo, ma anche che alcune persone abbiano ripubblicato miei aforismi a loro nome; ma il mondo è piccolo, e talvolta i nodi vengono al pettine. L’ho ritenuto da una parte lusinghiero, dall’altra anche una buona occasione per sputtanare in maniera clamorosa i malcapitati. Ci si deve pur divertire, ogni tanto… Quanto al resto, talvolta scrivendo un saggio mi è capitato di avere in mente un aforisma senza ricordarne la paternità. Ho allora cercato in internet e notato che veniva attribuito a 3-4 autori diversi. Quando possibile ho fatto ricerche bibliografiche ma quando non è stato possibile l’ho citato anonimo, spiegando la cosa e apprezzando il fatto che è sostanzialmente sopravvissuto al suo autore. Come altrove ho segnalato, però, questo mi ha dato modo di riflettere sul fatto che spesso apprezziamo certi aforismi perché stimiamo i loro autori, ma se li attribuissimo a personaggi dal carattere diametralmente opposti forse li troveremmo anche banali, o di cattivo gusto (il primo, forse banale esempio che mi viene in mente sono certi aforismi di Pitigrilli). Devo però dire che se qualcuno cita miei aforismi con in coda il mio nome sono più contento. Si sa: ogni scarafone…

12) C’è una tua silloge, pubblicata o meno, alla quale ti senti più legato perché meglioti rappresenta?

Fino ad ora ho pubblicato una sola silloge: L’eclissi della chimera, nel 2005. Da tempo è quasi terminato un secondo volume, ma aspetto il momento giusto per rifinirlo e pubblicarlo. Della qualità di ciò che scrivo non posso parlare, ovviamente, ma posso senz’altro dire che il mio primo libro di aforismi per come è scritto e organizzato mi rappresenta molto (anche se qua e là farei dei ritocchi e ancora qualche taglio), e che il secondo, in via di definizione, rispecchia fedelmente sia me sia il suo predecessore.

Premio “Torino in Sintesi” – IV Edizione 2014. I video della cerimonia di premiazione

“TORINO IN SINTESI”: Cerimonia di Premiazione. 18 ottobre 2014

Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino

 

Parte PRIMA



Introduzione alla cerimonia della Presidente Anna Antolisei e ricordo di Maria Luisa Spaziani (uno) di Antonio Castronuovo.

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Parte SECONDA



Ricordo di Maria Luisa Spaziani (due) e relazione tecnica di Sandro Montalto.

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Parte TERZA



Proclamazione dei sigg.ri Vincitori e Menzionati e consegna dei premi.

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Parte QUARTA



I sigg.ri Vincitori e Menzionati parlano dei loro aforismi e ne danno breve lettura.

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Parte QUINTA



I giovani aforisti e le loro opinioni. Samantha Leone e Marta Tofi

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Parte SESTA



Gli aforismi degli autori stranieri (Sezione C): legge Bruno Pennasso.

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Parte SETTIMA



Le opinioni dei Vincitori e della Giuria sull’essenza dell’Aforisma.