Gli aforismi dei “malpensanti”: DINO BASILI e la sua silloge “SENTIERI”

Il nuovo, scaltrito breviario di uno fra i più incisivi epigoni dei grandi ‘malpensanti’ del ‘900:
la silloge aforistica
Sentieri. Di tutto un po’ esclusi “loro” di Dino Basili.

 

Recensione di Amedeo Ansaldi

     È uscito nel novembre 2025 per i tipi di Edizioni Joker, nella collana Athanor diretta da Sandro Montalto – volume realizzato con il patrocinio dell’Associazione Italiana per l’Aforisma – l’ultimo libro dell’aforista Dino Basili, la silloge Sentieri. Di tutto un po’ esclusi “loro”, con puntuale e acuta prefazione di Gino Ruozzi, massima autorità in materia di forme brevi letterarie nel nostro Paese.

     Basili (Roma, 1934) è noto giornalista, collaboratore in carriera di svariati periodici («Avvenire», «Gazzetta del Sud», «Gazzettino», «Giornale di Sicilia», «Giorno», «Occhio», «Osservatore Romano», «Quotidiano», «Sole 24ore», «Tempo»); è stato anche, fra le altre cose, direttore delle redazioni esterne della RAI, capo Ufficio Stampa del Senato e fra i più stretti consulenti di Francesco Cossiga negli anni intensi del Quirinale.

     In campo letterario è, con Cesare Viviani, uno dei due autori viventi compresi nel fondamentale doppio volume dei Meridiani Mondadori Scrittori italiani di aforismi (sempre a cura del prof. Gino Ruozzi: più di 3.000 pagine di testo che ripercorrono la storia del genere letterario dal Medioevo al Novecento).

     Basili è venuto pubblicando a partire dagli anni ’80 del secolo scorso (senza peraltro cimentarsi in altri campi, raro esempio di aforista ‘puro’) numerose raccolte, “faville e gocce suggeriti dagli eventi, eppure atemporali”, caratterizzate tutte da una pungente amara lepidezza che coglie in termini spietati e capillari tanti aspetti dell’insulso deteriore spettacolo che offre il mondo attuale. In esse si manifesta senza cali l’arguzia che serve “per poter sbozzare in due o tre righi il mondo dell’attualità” (Antonio Castronuovo), denunciato in tutta la sua irriducibile impostura.

     Dell’aforisma Basili ha, del resto, coniato una definizione calzante ed esemplare nel ‘dizionario’ – dizionario beninteso al modo di Ambrose Bierce, Pitigrilli, Arthur Bloch – I violini di Chagall:

AFORISMA. Affermano che l’aforisma è una saetta. Meglio paragonarlo a una lucciola: il piccolo chiarore intermittente, il percorso imprevedibile, l’estrema precarietà. Un libro di aforismi è uno sciame di lucciole.

       A questa puntuale e coerente poetica è rimasta tenacemente fedele nell’arco di quasi mezzo secolo l’intera sua produzione.

    Nella presente sede – anche per ricostruire, seppur molto sommariamente, il lungo complesso cammino che l’autore si lascia alle spalle – non sarà forse esercizio pleonastico proporre alcune citazioni tratte dai suoi libri precedenti, volte a suggerire, se non altro, il clima sociale, politico, psicologico nel quale queste prove, improntate a un implacabile e asciutto scetticismo, sono maturate:

Un nemico può diventare bussola, tanti fanno impazzire l’ago.

L’amore che si accende e si spegne a intermittenza presto si fulmina.

Sui figli non ricadano neppure i meriti dei padri.

Non permettere che infiocchettino in confezione regalo quello che ti è dovuto.

Più l’informazione diventa planetaria e telematica, più acquista importanza la notizia da bocca a orecchio.

Non arriverà in cima. È troppo occupato a non far salire chi gli sta sotto.

Certe parole, più che dal seno, sembrano sfuggite dalla scollatura.

Cambia tutto, cambia poco, cambia niente. Terno secco sulla ruota delle chiacchiere.

Il consenso va conquistato, a volte si scrocca.

     Fra i protagonisti del decennio d’oro dell’aforisma italiano nel corso di tutti gli anni ’80, Basili non ha perso col tempo il mordente e lo smalto che caratterizzavano quei primi cimenti. I suoi testi continuano a iniettare nel lettore i loro sagaci e istruttivi veleni; restano affilati come sentenze senza appello. Gli stessi malumori, fastidi, disagi di fronte all’ipocrisia, all’ignoranza – peggio, al pressapochismo – oggidì imperanti traspaiono anche in questi ultimi Sentieri, compendio lucido e disilluso dei tempi che corrono condotto con il consueto piglio, il cui obiettivo rimane, adesso come agli esordi, il denudamento impietoso e insieme divertito della verità: esercizio dal quale traspare peraltro quel candore che ogni vero artista conserva fino in età avanzata.

     L’arguto motteggio, per quanto aggiornato alla più stringente attualità, non impedisce di cogliere il sempre più scaltrito disincanto, la disapprovazione per le tangibili storture cui assistiamo ogni giorno:

Sono necessari salti di qualità. In tanti provano a farli. Nessuna meraviglia se viene saltata, dai e dai, proprio la qualità.

Euforie sparse per gli ascolti televisivi record. Però occorre escogitare un sistema per detrarre gli addormentati, ronf ronf, davanti a questo o quel programma.

Crac, don dan, brrr. Vocabolari onomatopeici per la generazione Z.

Il sit-in parlamentare è nel ramo della situation comedy.

Gli onomatopurghi pescano nel passato il conio di parole inedite.

Innocenti organizzati. Alibi sorteggiati. Colpevoli perfetti.

Libro per libro, è utile conoscere il numero delle copie invendute.

Un indovino ride a singhiozzo tra la folla. Avrà incontrato un collega.

Disegna cuoricini come sgorbi struggenti.

Ammettiamolo, le fole erano più attraenti delle fake-news.

Imitatori di Che Guevara: “Hasta siempre i pacifinti”.

Talk-sciat. I cantastorie inserivano meno pubblicità.

Abitano lontano lontano, eppure esprimono affettuosa “vicinanza”.

Le distanze misurate a occhio sono colmate a naso.

     Si tratta, in conclusione, di un avvertito breviario, un repertorio di motti affilati come sentenze senza appello, nel quale ogni aforisma trova, come si conviene, una sua piena autonomia che lo fa vivere di vita propria, ma che nello stesso tempo compone un affresco sconsolato dei giorni che stiamo vivendo – e in cui non viene mai meno la puntigliosa ricerca della parola esatta, in sottintesa polemica con la progressiva corruzione della lingua italiana, sintomo di un degrado generale più profondo.

     I testi di Basili appaiono sempre più come “relitti di una realtà alla deriva, lampi scaturiti dall’osservazione di una Storia che non solo ha perso la maiuscola, ma si è corrotta a pura cronaca, se non a pettegolezzo” (Sandro Montalto).

     Epigono dei grandi ‘malpensanti’ del ‘900 (Longanesi, Flaiano, Bufalino), Basili appone come sigillo alla sua opera un aspro frammento di Giacomo Leopardi:
Niuno stato è così misero che non possa peggiorare”.

     Visione cui forse non è del tutto estranea la nostalgia per tempi tutto sommato più felici, nei quali il nostro Paese sapeva ancora esprimere statisti di ben altra levatura istituzionale (La prima repubblica non si scorda mai). Sconforto, quello di Basili, certo legittimato dallo spettacolo invariabilmente fasullo offerto dalla attuale società italiana, ma che non sconfina mai nel cinismo e tanto meno esclude meditazioni dall’ampio, cosmico afflato che investono, al di là delle miserie quotidiane, il senso stesso della vita:

Lasciare alle clessidre la sabbia delle ultime spiagge.

Le occasioni davvero imperdibili si colgono sul filo del giorno perduto.

In Amici amici aveva scritto:

La vita è uno spettacolo soltanto per un aspetto: a una cert’ora si chiude.

Dino Basili: Sentieri. Di tutto un po’ esclusi “loro”
(Edizioni Joker)

Bibliografia

Mele a spicchi (Bietti 1980)
Tagliar corto (Mondadori 1987)
Amici amici (Mondadori 1989)
I violini di Chagall. Vagabolario (Mondadori 1991)
L’amore è tutto. Breviario neo-romantico per il Duemila (Newton Compton, 1996)
Virgola & basta (Ares 2004)
Due o tre righi (Babbomorto 2018)
A pacchia di leopardo (Babbomorto 2021)

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