STANISLAW J. LEC versus KARL KRAUS. Sorridere e riflettere con due maestri dell’aforisma del ‘900

STANISLAW J. LEC
(Leopoli, 6 marzo 1909 – Varsavia, 7 maggio 1966)
E’ stato uno
scrittore, poeta e aforista polacco.
L’opera di Lec Pensieri spettinati (pubblicata nel 1957 e di cui fu pubblicato due anni dopo un seguito, Altri pensieri spettinati nella edizione italiana) è sicuramente il suo lavoro più conosciuto.

     AFORISMI

Ho sognato la realtà. Che sollievo, svegliarsi!

Sesamo apriti! Voglio uscire!

Anche se a una mucca dai da bere del cacao non ne mungerai cioccolata.

Come è difficile provocare un’eco nelle teste vuote! Rifletti, prima di pensare!

Se sono credente? Solo Iddio lo sa.

In cima ad ogni vetta si è sull’orlo dell’abisso.

L’anello più debole è anche il più forte. Spezza la catena.

Dov’è proibito ridere, non si ha il diritto di piangere.

Persino nel suo silenzio c’erano errori linguistici. In principio era il Verbo – e alla fine le chiacchiere.

Quello? È di un’ignoranza enciclopedica!

Il potere passa più spesso di mano in mano che di testa in testa.

Aveva la coscienza pulita. Mai usata.

Aveva la mente aperta, purtroppo da parte a parte.

C’è chi non distingue l’onanismo dalla “fedeltà a se stesso”.

Non siate crudeli, non raddolcite la vita ai masochisti!

La denuncia anonima è ammissibile solo quando chi la scrive non è davvero nessuno.

Si trasferì da Sodoma a Gomorra.

Gli assenti non hanno mai ragione, ma spesso si salvano la pelle.

Anche la pulce non salta per la gioia.

Un’idea: averla!

Non incrociare la spada di chi ne è privo.

Il denaro è inodore, ma evapora.

La storia – un insieme di fatti che non doveva accadere.

Ho sognato Freud. Che significa?

Ci sono punti che non chiudono le frasi, ma le bocche. 

Aggiungere uno straccio al manganello, e molti diranno che è una bandiera.

Quando la scimmia ha riso della sua immagine nello specchio, è nato l’uomo.

Ha annotato il suo vuoto su mille pagine.

Sono ferito dal di dentro da quelli che ho rinchiuso nel cuore.

Dai Dieci Comandamenti ne ho tratto un undicesimo: la concisione.

Nessun Dio è sopravvissuto alla perdita dei propri fedeli.

Spesso i matrimoni non hanno senso, ma bambini.

Per essere un genio aveva troppo talento.

Carpe diem di otto ore di lavoro!

Il nulla è molto capiente.

C’è stato un tempo in cui misuravamo la distanza con l’intensità della nostalgia.

Gli uni credono di credere, gli altri credono di non credere.

Il nazionalismo può essere enorme. Mai grande.

Il punto interrogativo è lo stemma della libertà.

Per garantirgli il martirio, Dio diede a suo figlio la sembianza di un ebreo.

Nei territori della menzogna muore la fantasia.

Non sono nemmeno certo che si debba dubitare.

Odio Gutenberg, ha inventato gli errori di stampa.

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KARL  KRAUS
(Jičín, 28 aprile 1874 – Vienna, 12 giugno 1936)
E’ stato uno scrittore, giornalista, aforista, umorista, saggista, commediografo, poeta e autore satirico austriaco.
Viene generalmente considerato uno dei principali autori satirici di lingua tedesca del XX secolo, ed è noto specialmente per le sue critiche altamente ironiche e taglienti alla cultura, alla società, ai politici tedeschi e ai mass media.

AFORISMI

Gli artisti hanno il diritto di essere modesti e il dovere di essere vanitosi.

Chi ha il cuore vuoto, ha la bocca che trabocca.

Divido le donne in colpose e dolose.

Le donne vogliono apparire vestite ed essere guardate svestite.

Quando non si sa scrivere, un romanzo riesce più facile di un aforisma.

Adoperare parole inusuali è un atto di maleducazione letteraria.

Soltanto le difficoltà di pensiero devono essere messe fra i piedi del pubblico.

Ci sono imbecilli superficiali e imbecilli profondi.

Gli allievi mangiano ciò che i professori hanno digerito.

I «diritti delle donne» sono doveri degli uomini.

L’aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo.

Il mondo è una prigione dove è preferibile stare in cella di isolamento.

Il superuomo è un ideale prematuro che presuppone l’uomo.

L’odio deve rendere produttivi. Altrimenti è più intelligente amare.

Le pene servono a spaventare coloro che non vogliono commettere peccati.

Nulla di più triste di una bassezza che non ha dato i suoi frutti.

L’educazione è ciò che la maggior parte delle persone riceve, molti trasmettono e pochi possiedono.

La gelosia è un abbaiare di cani che attira i ladri.

La vita familiare è un’interferenza nella vita privata.

Ma dove mai troverò il tempo per non leggere tante cose?

Non è vero che non si possa vivere senza una donna. È vero soltanto che senza una donna non si può aver vissuto.

Scrivere un aforisma, per chi lo sa fare, è spesso difficile. Ben più facile è scrivere un aforisma per chi non lo sa fare.

Un aforisma non si può dettare su nessuna macchina da scrivere. Ci vorrebbe troppo tempo.

La diplomazia è una partita a scacchi in cui si dà scacco matto ai popoli.

Cultura è quella cosa che i più ricevono, molti trasmettono e pochi hanno.

Il diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini.

Il linguaggio è la madre, non l’ancella del pensiero.

Uno che sa scrivere aforismi non dovrebbe disperdersi a fare dei saggi.

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JULIEN DE VALCKENAERE: l’aforista fiammingo che ha superato ogni confine

JULIEN DE VALCKENAERE
(1898-1958)

 Considerato dagli specialisti il maggiore aforista fiammingo, fu ispettore scolastico e diede alla stampa due raccolte: “Levenskunst” nel ’49 e “Zonneburg” nel ’54. A cura della vedova, nel 1960 uscì “Gij, ik end de anderen” (Io, tu e gli altri) edito ad Anversa presso De Pen.
Per la prima volta reso godibile in lingua italiana da
Giorgio Faggin – traduttore dal neerlandese di numerosi libri d’arte, di narrativa e di poesia – ecco una sostanziosa scelta dei suoi deliziosi esercizi sapienziali.

AFORISMI

Nell’emporio letterario l’aforisma ha lo stesso posto che in una mostra di fiori ha una pratolina.

Aforista: scrittore che con una manciata di parole vuole far concorrenza a un libro intero, e con un piccolo libro a una biblioteca.

Adulterio: incollare altrove ciò che si è rotto in casa.

Non farti più amici di quanti non possa tenerne il cuore.

La miopia dell’amore è adorabile.

L’amore vecchio non arrugginisce, si prosciuga.

C’è una moltitudine sterminata che neppure il più solitario eremita tiene a distanza: gli antenati.

L’aurea via di mezzo: una corda sulla quale i saggi ci insegnano a ballare.

Bambino pessimista: un mostro di precocità.

Il progresso tecnico non fa in tempo a creare un bisogno che la gente ne ha già bisogno.

Mettersi a lodare il “buon tempo antico” è l’indizio più sicuro che si comincia ad appartenervi.

La calunnia offende soprattutto quando non è completamente inventata.

Cinismo: nella mela più bella cercare anzitutto il baco.

Chiedere consigli e poi non farne nulla è il modo più sornione di adulare.

A chi non è mai contento regalagli il mondo: ti chiederà un po’ di carta per incartarlo.

Conversazione appassionante: quando siamo soltanto noi a parlare.

Chi pensa col cuore ha bisogno di una testa dura.

Democrazia: molesta fatica per trattare tutti con l’uguaglianza che si conviene alle rispettive diversità.

Niente è impossibile a Dio, neppure di provare maggiore simpatia per le sue pecore che per i loro pastori.

Chi vuole abbattere una divinità, ne ha un’altra in tasca.

Chi scambia una donna di quarant’anni con due di venti non sa né quanto vale il denaro, né quanto vale la donna.

Dio creò la donna, osservò Adamo e rimase scapolo.

Bella donna: dono dei cielo, troppo singolare per non venir diviso tra molti uomini.

Si può valutare appieno il valore dell’educazione quando si incontra chi non la possiede, e la sua impotenza quando si incontra chi possiede soltanto essa.

Il lavoro del maestro: inculcare ciò che uno sciocco non imparerà mai e un intelligente imparerà da solo.

“E’ indifferente agli elogi”: “Lodalo per la sua indifferenza”.

Esitare significa dare alla sorte il tempo di precedere le nostre decisioni.

Farfalla: raggio di sole in vacanza.

La fede può smuovere le montagne”: “E staranno poi al posto giusto?”.

Felicità: ciò che continuamente si butta in mare per poter ripescarlo senza sosta.

Hobby: biberon per adulti.

Humor: il sorriso di uno che sa quanto poco ci sia da ridere.

Ci vuole molta sapienza a mascherare l’ignoranza per una vita intera.

L’invidioso non riesce a sopportare che tu faccia il passo più lungo della sua gamba.

Libro eccellente è quello che suscita più pensieri di quanti ne contenga.

Libro popolare: quando nessun pensiero ferma il lettore nella sua corsa precipitosa verso la fine.

Se il porco è uno solo si grida allo scandalo, se sono dieci non si dice più nulla, se sono venti si dubita di se stessi, se sono ancora di più si grugnisce beatamente nel coro.

Chi non ha mai guardato tanto in alto da vedere i propri fili, dà facilmente a un altro l’epiteto di marionetta.

Matrimonio: nodo gordiano che, appena intrecciato, nessuna spada riesce a spezzare, ma che con un po’ di pazienza si allenta da solo.

La luna di miele finisce quando a causa delle spine si dimentica la rosa.

Chi negli uomini e nelle api cerca soltanto il miele, rincasa a mani vuote e con la faccia gonfia.

Un mondo in cui si possa sognarne uno di migliore non è dei peggiori.

“Amate i vostri nemici!”, “E se i più cominciassero intanto con gli amici?”

Approfitta dell’occasione. Ma cogli il fiore senza strappare la pianta.

La vuota oratoria è la sola cosa che possa riempire una testa vuota.

Peccati imperdonabili: quelli che non abbiamo commesso pur avendone avuto l’occasione.

Padre, perdonali lo stesso, anche se sanno benissimo quello che fanno.

Quando il gran polverone si sarà diradato, non si troverà più l’uomo.

Conoscenza personale di un poeta: evidentemente l’ispirazione ogni tanto sceglie male il suo uomo.

L’umanità riconoscente e i suoi grandi uomini: Socrate avvelenato, Aristotele esiliato, Gesù crocifisso, Giordano Bruno arso, Spinoza maledetto, Rousseau dileggiato, André Chenier decapitato, Chamfort indotto al suicidio, Vauvenargues morto di miseria, Lichtenberg dimenticato, Mozart sotterrato come un cane.

La risata ammutolisce quando l’eco non risponde.

Saggezza: provare una gioia più grande nel vedere dieci uccelli nel cielo che nel tenerne uno in pugno.

Fare lunghi discorsi sulla saggezza è già un modo di trattarla male.

Per fortuna ci sono anche dei santi che non hanno meritato lo zero che hanno sopra la testa.

Non costringere nessuno a patire la sete per il gusto di dissetarlo.

E’ incredibile quanto siamo spiritosi in buona compagnia: tranne che per gli astemi

Uomo: l’unico animale che si vergogni di esserlo.

Cento definizioni della vita ti metteranno al massimo nella condizione di aggiungerne una di nuova.

Dove c’è una volontà c’è una via; ma dov’è la via per la volontà?

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MARK TWAIN versus GEORGE BERNARD SHAW: con quale dei due preferite sorridere?



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L’AIPLA mette a confronto per voi due giganti della massimazione del ‘900, non certo per sminuire l’uno o l’altro, bensì per esemplificare e ricordare quanto sia “nobile” l’arte dell’aforisma ironico quando nasce dalla creatività perspicace e attenta di due geni della letteratura. Starà al lettore la decisione: gli è più congeniale l’umorismo statunitense di Twain, o quello irlandese di Shaw? 

 MARK  TWAIN

     Mark Twain, pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens (Florida, 30 novembre 1835 – Redding, 21 aprile 1910), è stato uno scrittore, umorista, aforista e docente statunitense autore di capolavori riconosciuti della letteratura statunitense del XIX secolo, come Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn, entrati nell’immaginario collettivo e che hanno avuto numerose trasposizioni televisive e cinematografiche.
È considerato una tra le maggiori celebrità statunitensi del suo tempo: William Faulkner scrisse che fu il “primo vero scrittore statunitense”.

GLI AFORISMI 

– Agite secondo giustizia. Sorprenderete alcuni, e stupirete tutti gli altri.

– C’è gente tanto brava da scrivere due libri contemporaneamente: il primo e l’ultimo.

– Che strano, tutti parlano del tempo, ma nessuno fa niente per cambiarlo.

– Ci sono tre cose che una donna è capace di fare con niente: un cappellino, un’insalata e una scenata.

– Ci sono simpatiche le persone che dicono francamente quello che pensano, a condizione che pensino lo stesso di noi.

– Ci sono molti buoni sistemi per proteggersi dalle tentazioni, ma il migliore è la codardia.

– Ci vogliono il tuo nemico e il tuo amico insieme per colpirti al cuore: il primo per calunniarti, il secondo per venirtelo a dire.

– Con l’opportuna ambiguità risolveremo tutti i vostri problemi.

– Di solito la gente è infastidita da quei passi della Bibbia che non comprende, mentre i passi che infastidiscono me sono quelli che comprendo.

– Esistono leggi per proteggere la libertà di stampa, ma nessuna che faccia qualcosa per proteggere le persone dalla stampa.

– I miei libri sono come l’acqua, quelli dei grandi talenti sono vino. Tutti bevono acqua.

– Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso e pubblica il falso.

– Il letto è il posto più pericoloso del mondo. L’ottanta per cento della gente vi muore.

– Il primo d’aprile è il giorno in cui ricordiamo cosa siamo gli altri 364 giorni dell’anno.

– Il valore dei libri varia secondo le circostanze. Un libro rilegato in cuoio è eccellente per affilare i rasoi; un libro piccolo serve per zeppare la gamba più corta di un tavolino traballante; un vecchio libro rilegato in pergamena è un’ottima arma per scacciare gatti molesti; un atlante dai grandi fogli è quanto di meglio si possa desiderare per accomodare vetri rotti.

– Il vero inchiostro usato per scrivere la storia è semplice, fluido pregiudizio.

– In paradiso la sola cosa che manca è la compagnia.

– L’educazione è la difesa organizzata degli adulti contro la gioventù.

– L’uomo è l’unico animale che arrossisce, ma è anche l’unico che ne ha bisogno.

– La buona educazione consiste nel nascondere quanto pensiamo bene di noi e quanto male degli altri.

– La cronaca della mia morte era una vera e propria esagerazione.

La maggior parte degli scrittori considera la verità il bene più prezioso, perciò ne fa l’uso più parco possibile.

– La sacra passione dell’amicizia è di così dolce, leale, costante, paziente natura che può durare tutta la vita, salvo richiesta di un prestito di denaro.

– Le rughe dovrebbero indicare soltanto dove sono stati i sorrisi.

– Mio Dio, fai diventare buoni i cattivi e simpatiche le persone buone!

– Niente ha bisogno di essere cambiato quanto le abitudini degli altri.

Non dovremmo mai agire male quando siamo osservati.

– Nulla è più triste a vedersi di un giovane pessimista, eccetto un vecchio ottimista.

– Poche cose sono più dure da sopportare del fastidio di un buon esempio.

Prima raccogli i fatti, così in seguito potrai distorcerli come ti pare.

Quando ti rendi conto che sei dalla parte della maggioranza, sappi che è ora di cambiare.

– Sforzandoci, possiamo facilmente imparare a sopportare le avversità. Soprattutto, quelle di un altro.

– Tutte le scoperte della medicina si possono ricondurre alla breve formula : “l’acqua, bevuta moderatamente, non è nociva”.

– Tutto ciò che serve per avere successo nella vita sono ignoranza e fiducia in se stessi.

– Un banchiere è uno che vi presta l’ombrello quando c’è’ il sole e lo rivuole indietro appena comincia a piovere.

– Un complimento è qualcosa che ti viene detto in faccia, ma che nessuno direbbe mai alle tue spalle.

– Una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe.

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GEORGE BERNARD SHAW

     George Bernard Shaw (Dublino, 26 luglio 1856 – Ayot St Lawrence, 2 novembre 1950) è stato uno scrittore, drammaturgo, linguista e critico musicale irlandese. Nel 1925 vinse il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: «per la sua opera carica di idealismo ed umanità, la cui satira stimolante è spesso infusa di un’originale bellezza poetica.
Nel 1939 ricevette l’Oscar alla migliore sceneggiatura non originale per il film Pigmalione, ispirato alla sua omonima commedia.

GLI AFORISMI  

– Ho imparato tanto tempo fa a non fare lotta con i maiali. Ti sporchi tutto e, soprattutto, ai maiali piace.

– Anche dormire è una forma di critica, specialmente a teatro.

– Esistono cinque categorie di bugie. La bugia semplice, le previsioni del tempo, la statistica, la bugia diplomatica e il comunicato ufficiale.

– Inghilterra e Stati Uniti sono due nazioni separate dalla stessa lingua.

– L’unico periodo in cui la mia educazione si è interrotta è stato quando andavo a scuola.

– La bellezza, dopo tre giorni, è noiosa come la virtù.

– Le colpe dello scassinatore sono le virtù del finanziere.

– Non amare il tuo prossimo come te stesso: se sei in buoni rapporti con te stesso, è un’impertinenza: nel caso opposto, è un’offesa.

– Non fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te; i loro gusti potrebbero essere diversi.

– Per giocare a golf non è necessario essere stupidi. Esserlo, però, aiuta molto.

– Il tavolo verde, le palle bianche. Il biliardo è il golf dei nati stanchi.

– Per ogni problema complesso, c’è sempre una soluzione semplice. Che è sbagliata.

– Se avessimo tutti le stesse opinioni non ci sarebbero le corse dei cavalli.

– “Signora, vostro marito ha bisogno di riposo. Vi ho fatto la ricetta di un tranquillante. Dovete prenderne quattro compresse al giorno”.

– Danza. Un’espressione verticale di un desiderio orizzontale legalizzato dalla musica.

– Com’è comica la verità!

– Il cervello dello stolto digerisce la filosofia trasformandola in follìa, la scienza in superstizione, l’arte in pedanteria. È da questo che nasce l’istruzione universitaria.

– Il gran vantaggio del baseball rispetto al cricket è che una partita dura molto meno.

– Il segreto per essere infelici sta nell’avere il tempo sufficiente per domandarsi se si è felici.

– L’incostanza delle donne che amo è uguagliata soltanto dalla costanza infernale delle donne che mi amano.

– Non sa niente, e crede di saper tutto. Questo fa chiaramente prevedere una carriera politica.

– Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.

– Troppo stanco per lavorare, scrivevo libri.

– Tutte le professioni sono cospirazioni contro i profani.

– Una vacanza perpetua è una definizione calzante di inferno.

– Un uomo è arrivato quando fa per mestiere quel che farebbe gratis.

– Il valore di una persona dipende dal numero di cose delle quali si vergogna.

– La maggior parte di noi nasce con l’aiuto del medico e muore allo stesso modo.

– Vi sono due tipi di testimonianza; quella falsa che è punibile e quella vera che è rara.

– Io credo nella disciplina del silenzio e potrei parlare per ore sull’argomento

– La regola d’oro è che non esistono regole d’oro.

– Gli animali sono miei amici, e io non mangio i miei amici.

– Quando un uomo vuole uccidere una tigre, lo chiama sport. Quando la tigre vuole uccidere lui, la chiama ferocia.

– Un pessimista è uno che non si sente mai troppo bene quando sta bene perché teme di sentirsi peggio quando sta meglio.

– Gli americani mi adorano e continueranno ad adorarmi fin quando non dirò qualcosa di bello su di loro.

– Quelli che sanno, fanno. Quelli che non sanno, insegnano.

– La castità è la più pericolosa di tutte le perversioni sessuali.

– Vi sono comitive di uomini e donne che si sono dedicati a Dio, ma benché si chiamino fratelli e sorelle, non si rivolgono quasi la parola.

– La giovinezza è una cosa meravigliosa: che crimine, sprecarla nei bambini!

– La mia fama aumenta di fiasco in fiasco.

– Le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare.

– “Come ogni giovanotto, tu esageri di molto la differenza tra una donna e l’altra”.

– Libera, o Signore, dalle catene coloro che credono di essere liberi!

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“IL PARADISO FRANTUMATO”: gli ‘involontari’ aforismi di Jules Renard

“Il paradiso frantumato”
Antonio Castronuovo commenta Jules Renard

    Cosa fa un vero scrittore quando non scrive? Semplice: cerca un modo per continuare a farlo, possibilmente senza fatica. Chi scrive sa bene che la pena è dover inventare, costruire, strutturare, e allora – per trovare quiete – la cosa migliore è tenere un diario, riposante sede di intuizioni e schegge del quotidiano; luogo in cui lo scrittore, nei propri scatti di umoralità, getta tutto quel che gli salta in mente.

     In tal modo un diario sembra diventare una distesa incoerente di note, ma è poi la combinazione tra esistenza e scrittura a donare alle sue pagine un incanto intimo e malinconico. Ecco perché alcuni diari sono diventati esempi eccelsi di bellezza letteraria. E se in Italia lo scettro spetta allo ‘Zibaldone’ di Leopardi, nella cultura francese spicca il grande ‘Journal’ di Jules Renard (1864-1910), millecinquecento pagine di pura delizia.

   Capolavoro d’introspezione e ironia, documento traboccante di aneddoti e caricature, opera dall’aroma gradevolmente aspro, il diario di Renard è dotato di un carattere che in prima battuta non salta all’occhio: alcuni dei pensieri che l’autore ha quotidianamente annotato assumono involontariamente la forma dell’aforisma, anche della massima salace. Non poteva essere che così in chi annotava: «C’è sulla terra un paradiso frantumato», esattamente quello dei frammenti letterari che assurgono a forme finite, piccole schegge di un paradiso disperso nella realtà.

     Ora, la bellezza di un aforisma aumenta se alla sua radice agisce uno spirito pungente e malizioso. E in ciò la collezione di Renard ha le carte in regola: riesce a esprimere quella forma di mentalità anarchica e introversa che suona come un ironico atto di accusa verso l’insulsaggine della modernità. Non a caso, nella Francia degli intellettuali “impegnati”, la caustica schiettezza di Renard fu snobbata.

     Ma il tipo dello scrittore engagé manifestava un’intelligenza un po’ boriosa, non avrebbe mai capito che Renard parlava di lui quando nel ‘Journal’ annotava: «Cercate il ridicolo in ogni cosa: lo troverete».

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“POETI E AFORISTI IN FINLANDIA”. Riscopriamo il culto nordico della massimazione

“POETI E AFORISTI IN FINLANDIA”
Giunta alla quinta ristampa la fortunata iniziativa editoriale

A cura di Fabrizio Caramagna e Gilberto Gavioli
Traduzioni di Antonio Parente e Laura Casati
Nota di Paula Loikala
(Edizioni del Foglio Clandestino, 2012)

  (Articolo a cura di Amedeo Ansaldi)

…..Nel 1835, sull’onda del movimento romantico diffusosi nell’intera Europa, la pubblicazione del poema nazionale Kalevala, ampio – quanto frammentario – ciclo di leggende e canti popolari, rivelò al mondo una straordinaria epopea sull’orlo dell’oblio, segnando insieme l’inatteso battesimo della letteratura finlandese: fino ad allora, infatti, le lingue letterarie del Paese erano state prima il latino, poi quella (indo-europea) dei dominatori svedesi – e appunto in svedese scriveva quello che a buon diritto viene considerato il poeta nazionale, Johan Ludvig Runeberg (1804-1877).
…..La saga kalevaliana era stata raccolta dal medico, cultore e appassionato di poesia, Elias Lönrott (ribattezzato l’Omero finnico), che aveva ascoltato i racconti dalla viva voce di rapsodi e cantastorie ultimi depositari di una secolare tradizione orale e li aveva trascritti, ricollegandoli l’uno all’altro con gusto e istinto sicuri, nel corso di lunghi vagabondaggi per le plaghe semidesertiche e i villaggi sperduti della natia Finlandia.
…..Si doveva però aspettare fino al 1870 perché uscisse il primo romanzo in lingua finnica: Sette fratelli di Aleksis Kivi (1834-1872), peraltro accolto tiepidamente dalla critica locale.
…..Dopo questi tardivi esordî, la letteratura finlandese si è messa, nel volgere di pochi decenni, al passo con quelle delle altre maggiori nazioni e nel tempo ha espresso poeti, drammaturghi e novellieri di spessore europeo.
…..Nel 1939, ad esempio, è stato conferito per la prima (e finora unica) volta il premio Nobel per la letteratura a uno scrittore finlandese, Frans Eemil Sillanpää (1888-1964), mentre del 1954 è il capolavoro “Il milite ignoto” (o Il soldato sconosciuto), romanzo di Väinö Linna (1920-1992), tradotto poi in italiano col titolo Croci in Carelia.

* * *

…..La letteratura del Paese nordico resta tuttavia, oggi ancora, poco conosciuta in Italia. Tanto più la pubblicazione di “Poeti e aforisti in Finlandia”, per la traduzione di Antonio Parente e Laura Casati e la curatela di Fabrizio Caramagna e Gilberto Gavioli, corredata di testo originale in lingua finnica (Edizioni del Foglio Clandestino, 2012), è venuta a colmare una vistosa lacuna; il progetto editoriale è stato realizzato, non a caso, col prezioso patrocinio dell’Ambasciata di Finlandia ed è approdato ormai alla quinta ristampa.

…..La sezione aforistica è curata da Fabrizio Caramagna, uno dei massimi studiosi del genere in Italia, il quale si è fatto in passato promotore di altre notevolissime, analoghe iniziative (solo commercialmente meno fortunate): la straordinaria antologia Afocalypse – Antologia dell’aforisma serbo contemporaneo [della quale avevamo già avuto modo di parlare: una testimonianza dall’inferno della guerra nella ex-Jugoslavia. ‘Afocalypse’, (Genesi Editrice | Scenario (inscenaonlineteam.net)], la Antologia dell’aforisma romeno contemporaneo e, per finire, L’aforisma in Spagna – Tredici scrittori di aforismi contemporanei, tutte per i tipi di Genesi Editrice.

…..L’aforisma è un genere letterario che, caso raro, gode in Finlandia di un’eccezionale considerazione, contrariamente a quanto avviene nella grande maggioranza degli altri Paesi, nei quali è sistematicamente misconosciuto o, peggio, relegato nel ruolo di disciplina minore, ai margini estremi dell’universo letterario. Con riferimento a questa tenace incomprensione, lo stesso Caramagna cita, nella sua bella introduzione, una calzante quanto amara massima dello scrittore ceco Jan Sobotka: “L’aforisma è un genere che fa risparmiare non solo carta, ma anche lettori”.

…..La Finlandia è, viceversa, l’unico Paese in Europa, e probabilmente nel mondo, nel quale sia stata istituita una ‘giornata nazionale dell’aforisma’ (‘Suomen aforismipäivä’, con ricorrenza il 18 luglio, data di fondazione) e il genere letterario venga attivamente promosso nelle scuole.

…..Quali dunque i motivi di questa felice – e un po’ sorprendente – eccezione? Sami Feirig (1963), studioso dell’aforisma ed egli stesso cultore della forma breve, nonché presidente dell’Associazione Aforistica Finlandese, sottolinea come i finlandesi, abitanti della mitica “Ultima Thule”, sull’estremo lembo del mondo conosciuto, siano da sempre – al pari di altri popoli che si trovano ad affrontare quotidianamente i rigori e le asperità di una natura ingrata – persone solitarie e laconiche, con l’innata inclinazione ad esprimere un numero ristretto di concetti essenziali nel minor numero di parole.

…..Altre caratteristiche inconsuete del movimento aforistico finlandese sono la folta presenza di giovani (quasi sempre, altrove, il genere è praticato da scrittori in età più o meno avanzata, comunque colti nell’atto di tirare le somme dell’esperienza di una lunga vita) e di figure femminili – laddove l’aforisma ha, in genere, una lunga, inveterata tradizione misogina, che solo ultimamente le donne stanno riuscendo a spezzare (in Italia si ricorderanno, con attinenza al Novecento, almeno i nomi di Lalla Romano, Maria Luisa Spaziani e Alda Merini).

…..La rassegna aforistica compresa nella pubblicazione (pagg. 159-225) non pretende certo di illustrare in modo esauriente un fenomeno vitale e complesso qual è l’aforisma finlandese contemporaneo; ne offre tuttavia una sintesi mirata e illuminante, centrata su sette autori provenienti da quella che a buon diritto potrà essere definita, come fa appunto Fabrizio Caramagna in apertura di volume, la ‘terra dei mille laghi e dei mille aforisti’.

* * *

– Helena Anhava (1925), poetessa e traduttrice, nonché scrittrice di aforismi, contesta nei suoi aforismi, senza rinunciare ad accenti polemici, le tesi egemoni nel mondo di oggi, tanto corrive quanto acriticamente accolte:

…..“La vita: un’evasione dal ruolo assegnato.”

…..“Stimoli e ancora stimoli. Il bambino ha bisogno anche della solitudine spirituale, di giocare senza animatori.”

…..“Da piccolo pecora nera, da grande capro espiatorio.”

– Lo scrittore polivalente, ma in primo luogo aforista e studioso del genere, Markku Envall (1944), uno fra i maggiori del Paese, curatore dell’antologia Un secolo di aforismi oltre che autore di un eloquente Come scrivere aforismi (2011), si distingue per l’ammirevole sottigliezza delle intuizioni:

…..“Chi sa stare al suo posto è come se fosse dappertutto, anche se rimane chiuso nella sua stanza.”

…..“La celebrità è la coscienza della società, la gente dimenticata il suo subconscio.”

– Il già menzionato Sami Feirig (1963), una delle figure-chiave dell’aforistica finlandese, focalizza principalmente l’attenzione su questioni di ordine sociale e politico, pur non disdegnando notazioni di portata più universale:

…..“Tutto è stato detto, ma non ascoltato.”

…..“Chi ha fame di potere, finisce sempre per rimangiarsi la parola.”

…..“La linea fra il bene e il male attraversa ciascuno di noi.”

…..“Carta e penna: l’universo nelle mie mani.”

– Paavo Haavikko (1931-2008) è considerato uno dei maggiori scrittori finlandesi contemporanei. Irriducibilmente avverso al predominio della finanza che caratterizza il mondo attuale, in uno stile aspro e talora oracolare ne denuncia le contraddizioni e le gravi storture.

…..“Quando le decisioni sono importanti non saranno in molti a prenderle.”

…..“L’informazione rimuove l’essere umano dall’avvenimento.”

– Alla memoria di Samuli Paronen (1917-1974), singolare figura di pittore, operaio, eremita, è intitolato invece il più importante premio aforistico finlandese. Nei suoi testi è riconoscibile una disincantata riflessione storica e una feroce denuncia della società dei consumi e dell’economia di mercato.

…..“Il senso di colpa trasforma chiunque in un persecutore.”

…..“Non tutti gli schiavi aspirano alla libertà; la maggior parte vuole diventar padrone.”

…..“Il mondo è pieno di atti che nessuno ha commesso.”

– I criptici e spaesanti aforismi della pluritradotta e pluripremiata Mirkka Rekola (1931) si prestano a una sorprendente varietà di interpretazioni, che non è sempre dato al lettore cogliere immediatamente:

…..“La simmetria la si può sempre dividere in due, non è integrità.”

…..“Il tempo si ferma ovunque ci sono quelli che non ne sono vincolati.”

…..“La felicità è una buona guida, è già stata lì dove stai andando.”

– Arto Seppälä (1936), al di là della amara consapevolezza della sempre incombente presenza del male e della causticità consapevole di certe sue posizioni, non abdica a una pur difficile speranza e mantiene un atteggiamento di sostanziale, strenuo umanesimo:

…..“Un bambino non crescerà mai per diventare come te, infatti nell’educazione non puoi sbagliare così tanto.”

…..“Imprigiona i pensieri nella carta, da lì ogni lettore libererà i suoi.”

* * *

…..La prima sezione del libro (pagg. 13-155) presenta invece una scelta di poeti finlandesi attivi nella seconda metà del Novecento – sempre in numero di 7 – scelta curata da Gilberto Gavioli, con relativa nota a firma di Paula Loikala, già docente di Lingua e Cultura Finlandese presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne di Forlì (distaccamento dell’Università di Bologna), nonché promotrice di convegni e pubblicazioni finalizzati alla conoscenza e alla diffusione della letteratura finnica in Italia.

– Jouni Inkala (1966) scrive liriche di classica limpidezza non prive di echi kalevaliani e fondamentali interrogativi sulla fede religiosa.

…..Già adesso ho nostalgia
…..di tutti quelli che moriranno, che passeranno a lungo indifferenti.
…..Non ti voltare adesso,
…..guardami.

– La voce isolata di Markus Jääskeläinen (1969) indaga sui rapporti sotterranei dell’io con l’universo attraverso meditazioni nelle quali spesso il paesaggio finlandese (i boschi, la neve…) viene fortemente interiorizzato.

…..Sei nei libri dei morti, una promessa
…..da tempo non mantenuta
…..di te si parla
…..come se fossi scomparso.

– Anche in Eeva-Liisa Manner (1920) ricorre la suggestione dei desolati paesaggi nordici – tratto comune a tanti lirici finlandesi – qui con accenti quasi panteisti.

…..Sempre qui un fievole sole, sempre un chiarore nevoso,
…..anche d’estate. Il cuore della terra non sgela.
…..E il lago incosciente guarda come un occhio metallico.

– Nelle poesie di Annukka Peura (1968), femminista ed esperta di letteratura giapponese, ‘viaggiatrice del caos’, trovano ampio spazio gli ingrati temi del dissidio fra ordine e assenza di qualsiasi fondante principio logico e dell’eterno conflitto uomo-donna: due entità per sempre distinte e separate.

…..Cercavo la compagnia delle rose
…..quando mi accorsi: il nucleo della rosa
…..è un labirinto.
…..Uscii di casa.
…..Sulla soglia ti incontrai.

– Percorso apparentemente inverso a quello di Mirka Rekola (1931) – alla quale abbiamo già accennato nelle vesti di aforista – le cui liriche tendono a ricreare un’ideale simmetria al di là del caos primordiale.

…..Abbasso la visiera del berretto smetto di guardare
…..i pensieri pronti alla partenza
….siedo in questo treno lungo un viaggio.

– Riaffiorano anche nei testi sorvegliatissimi della pluripremiata Johanna Venho (1971) i temi, strettamente connessi, della solitudine e del profondo legame con l’aspra terra natale, nella cornice di un inesausto viaggio alla ricerca della propria identità.

…..Ecco uno stormo
…..disunito, dissolto
…..la sua rotta vorrei imparare.

– Nell’inquieta Katariina Vuorinen (1976), dai testi ricchi di metafore e intensi trapassi, prevalgono i riferimenti alle difficoltà quotidiane, pur poeticamente trasfigurate.

…..Una lampada mappamondo, un uomo vecchio un quarto di secolo
…..Finlandia lacustre, sonno eterno, a volte esitante
…..se solo un uomo tornasse a casa ogni giorno.

* * *

…..“Poeti e aforisti in Finlandia” rappresenta, in definitiva, un’iniziativa editoriale necessaria (come conferma il riscontro di pubblico già ottenuto), capace di avvicinarci a una letteratura ormai matura e complessa che, pur avendo caratteri e tradizione propri, si sottrae a qualsiasi tentativo di sterile classificazione.

Note sui Curatori

– Paula Loikala, studiosa e docente, è impegnata da anni nella conoscenza e diffusione della letteratura finlandese nel nostro Paese, anche attraverso l’organizzazione di convegni e svariate pubblicazioni.

– Fabrizio Caramagna (1969) è uno studioso e scrittore di aforismi. Dirige il seguitissimo sito ‘Aforisticamente’ e conta fra i soci fondatori dell’‘Associazione Italiana per l’Aforisma’. È fra i giurati del ‘Premio Internazionale per l’Aforisma Torino in sintesi’, l’unico in Italia interamente dedicato a questo genere letterario. Ha pubblicato la raccolta di aforismi “Linee di seta” (LietoColle, 2012) e, per Mondadori, due fortunati romanzi in forma aforistica: “Il numero più grande è due” (2019) e “Se mi guardi esisto” (2020).

– Gilberto Gavioli (1966) coordina dal 1993 la redazione dell’aperiodico letterario Il Foglio Clandestino e dal 2005 le omonime edizioni che pubblicano narrativa breve e poesia.

– Antonio Parente (1964) traduce testi letterari dal finlandese e dal ceco.

– Laura Casati (1976) vive a Jyväskylä, dove è docente di italiano.

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MESSICO E AFORISMI. Le “RAFFICHE” DI HIRAM BARRIOS. Da un articolo di Amedeo Ansaldi

MESSICO E AFORISMI
Le RAFFICHE di Hiram Barrios
(I Quaderni del Bardo)

“Dissensi” è il nome emblematico della collana di aforismi, diretta da Donato Di Poce, de I Quaderni del Bardo, casa editrice con sede a Lecce. Vi sono, almeno a nostra conoscenza, pochissimi altri esempi di collane espressamente dedicate a questo – negletto – genere letterario: “Athanor” di Joker Editore (direttore Sandro Montalto) e “Candide” di Puntoacapo Editrice (direttrice Alessandra Paganardi).

    “Dissensi”, di recente fondazione, ha già pubblicato quattro sillogi di aforismi: Nottario di Marco Ercolani (vincitore dell’edizione 2012 del Premio Internazionale per l’Aforisma Torino in sintesi, il più importante concorso aforistico italiano), Schegge di Angelo Gaccione, Gocce di silenzio dell’autore spagnolo Fernando Menéndez (edizione bilingue) e, appunto, Raffiche, anch’essa in edizione bilingue spagnolo/italiano, dello scrittore e traduttore messicano Hiram Barrios, con prefazione di Gino Ruozzi, il maggiore studioso di questo genere letterario nel nostro Paese – curatore, fra le altre cose, del fondamentale doppio volume dei Meridiani Mondadori Scrittori italiani di aforismi.

     Hiram Barrios (Città del Messico 1983) è fra i maggiori promotori della forma breve in prosa nel Centro America e ha anche curato un’importante ed esaustiva antologia aforistica messicana (Lapidario. Antología del aforismo mexicano), della quale non possiamo che auspicare una prossima traduzione nella nostra lingua.

      Storicamente, l’America latina ha espresso grandi autori di aforismi, fra i quali vanno ricordati almeno, e sono noti fra noi, soprattutto: 1) Nicolás Gómez Dávila, tradotto in Italia da Lucio Sessa per Adelphi (le significative selezioni In margine a un testo implicito e Tra poche parole) e da Loris Pasinato per GOG (Escolios a un texto implícito. Ediz. Italiana), e 2) l’italo-argentino Antonio Porchia: gli aforismi della straordinaria raccolta Voci, curata da Fabrizio Caramagna per Genesi Editrice. Per forme, gusto, affinità, la produzione latino-americana si iscrive a pieno titolo nella grande tradizione aforistica occidentale.

     Fra le altre cose, Hiram Barrios si prodiga da anni, con la sua preziosa e competente attività di traduttore, nel tentativo di promuovere l’aforisma italiano contemporaneo in Messico e, per estensione, in tutti i paesi di lingua spagnola. Non è però solo critico e curatore di fortunate antologie, ma anche autore in prima persona di aforismi “dall’alta e profonda connotazione critica, sia diretta sia metaforica”, “vitali e lucidi, sarcastici e taglienti, dalla brevità essenziale e rivelatoria” (Gino Ruozzi), come schiettamente testimoniano queste sue Raffiche, nella quali ritroviamo temi e atteggiamenti che appartengono alla millenaria, e troppo spesso misconosciuta, storia di questo genere letterario: l’aforisma che riflette su sé stesso, motivo autoreferenziale che percorre tutta la sua secolare vicenda; le competenti e acute riflessioni sulla scrittura, derivate dall’esperienza di autore; la laconicità insolente che non risparmia niente e nessuno, tanto meno l’autore; la sottile acutezza che va a indagare gli aspetti più sgradevoli – ma veri – della vita, dei rapporti fra le persone, dei meccanismi sociali; il capovolgimento sorprendente di pretese verità date per assodate dal resto del mondo; l’irriducibile scetticismo; la ricerca della pointe (l’effetto-sorpresa), che tanto contribuisce a imprimere un aforisma nella memoria del lettore; meditazioni – rigorosamente agnostiche – su Dio; la disponibilità a rimettere tutto – credenze, princìpi, affetti – in discussione. Non manca naturalmente la giusta, irrinunciabile dose di perfidia. Hiram Barrios come aforista può apparire allora spesso cinico e impietoso; in realtà, nella sua intransigente denuncia della verità è sempre mosso da motivazioni, in primo luogo, etiche ed estetiche (che in qualsiasi espressione artistica sono coincidenti).

    Presentiamo in questa sede una breve – ma speriamo significativa – selezione di aforismi dell’autore messicano (testo in lingua originale e traduzione italiana):

Los mejores aforismos los escupo en la calle.

En el asfalto está mi aforística

I miei migliori aforismi li sputo in strada.

Sull’asfalto c’è la mia aforistica.

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Esa pareja es aberrante: abrazos, besos, “palabras de amor…”

Los típicos recién casados que se pasean por el mundo

como si todo fuera perfecto. Pero ya vendrá la mentira,

la infidelidad, el abandono o cuando menos la rutina.

Tendrán su merecido.

Quella coppia è aberrante: baci, abbracci, “parole d’amore…”

I soliti appena sposati che camminano per il mondo

come se tutto fosse perfetto. Ma arriveranno la bugia,

l’infedeltà, l’abbandono o almeno la routine.

Avranno ciò che si meritano.

***

Me parezco más a mi tiempo que a mis padres.

Assomiglio più al mio tempo che ai miei genitori.

***

Muchos son viciosos por apatía, yo por empatía.

Molti sono viziosi per apatia, io per empatia.

***

Perdí todo: no tenía nada,

aun así me robaron.

Ho perso tutto: non avevo niente,

eppure sono stato derubato.

***

Autobiografía. Ni el mejor fisonomista podía reconocerlo.

Autobiografia. Neppure il miglior fisionomista poteva riconoscerlo.

***

A veces se cumple el “borrón y cuenta nueva”,

pero nunca se empieza de cero.

A volte si può “voltare pagina”,

ma non si inizia mai da zero.

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Escribir y pensar son operaciones distintas.

Pensar y borrar son la misma cosa.

Scrivere e pensare sono azioni differenti.

Pensare e cancellare sono la stessa cosa.

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No hay filosofía que pueda salvarte de ti.

Nessuna filosofia può salvarti da te.

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¿Cómo amar a alguien sin profanarlo?

Come amare qualcuno senza profanarlo?

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Otredad. Me contemplo en el espejo por sadismo.

Alterità. Mi guardo allo specchio per sadismo.

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Más peligroso que el ángel caído: el hombre ascendido.

Più pericoloso dell’angelo caduto: l’uomo innalzato.

***
Aforismo: un mismo libro que nunca termino de escribir.

Aforisma: lo stesso libro che mai finisco di scrivere.

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En la infancia viví la gloria y la ruina.

Lo demás ha sido visitar escombros.

Nell’infanzia ho vissuto la gloria e la rovina.

Il resto è stato visitare le macerie.

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Mi hijo me hizo un retrato. Y el retrato está más vivo que yo.

Mio figlio mi ha fatto un ritratto. E il ritratto è più vivo di me.

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El homo sapiens es una pieza irregular en el rompecabezas

de los homínidos.

L’homo sapiens è un pezzo anomalo del puzzle degli ominidi.

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Dilema divino.¿Perdonar a todos es más cruel que no perdonar a ninguno?

Dilemma divino. Perdonare tutti è più crudele che non perdonare nessuno?

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IL RICORDO DI GIORGIO GRAMOLINI

Sabato 19 aprile alle h. 17,30 presso la struttura polivalente di Oggebbio (VB), ricorderemo il poeta, aforista e novelliere Giorgio Gramolini, nativo del luogo, a poco più di un anno dalla scomparsa. Un sentito ringraziamento per il patrocinio al Comune di Oggebbio, alla locale Pro Loco e all’Associazione Italiana per l’Aforisma.

 

Amedeo Ansaldi, Viaggio in Oriente con gli aforismi

L’AIPLA vuole riportare alla vostra attenzione un istruttivo intervento di Amedeo Ansaldi sull’aforisma al di fuori del nostro mondo occidentale. Dunque… BUONA LETTURA!

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    Proseguendo nel nostro, pur succinto e lacunoso, percorso nel genere aforistico, oggi guarderemo al di là dei nostri consueti confini culturali, verso l’Oriente della Bibbia, il mondo islamico, la Cina, l’India, il Giappone. Accenneremo, sempre tramite citazioni aforistiche, a filosofie, religioni e modi di pensare molto diversi dai nostri, in qualche caso diametralmente opposti, parlando di fedi e dottrine non, ovviamente, in quanto verità rivelate, ma come fenomeni culturali di eccezionale interesse, sintomatici di visioni del mondo articolate e complesse. Senza trascurare i proverbi e la saggezza popolare.

     Il nostro viaggio parte, comprensibilmente, dal Vicino Oriente: vicino non solo in senso geografico.

   Noi siamo abituati a pensare alla Bibbia, i cui libri ci sono bene o male familiari, come parte integrante e irrinunciabile del nostro bagaglio culturale e della moderna civiltà occidentale; in realtà, come sappiamo se non altro attraverso i racconti agiografici sulle persecuzioni dei primi cristiani, i nostri antenati romani vedevano le cose in un modo abbastanza dissimile. Per capire anzi quanto già lo spirito veterotestamentario fosse estraneo a quello dell’antichità classica basterà leggere certi passaggi tratti dalle Storie di Tacito (in particolare il libro V, 3-5) o dall’opera di Plutarco e altri importanti autori latini.

     Venendo al punto cruciale, discriminante – quello intorno al quale, in ultima analisi, tutto, a nostro avviso, ruota – la Bibbia introduce nella storia umana un elemento di novità e originalità assolute: il monoteismo, ovvero la credenza in un Dio unico che presenta la caratteristica, eccentrica agli occhi di un romano, di esiliare nel campo della falsità e dell’errore tutto ciò che le risulta estraneo. Del resto, gli stessi termini implicitamente denigratori (‘incirconciso’, ‘idolatra’, ‘pagano’) con i quali il gentile (cioè il non-ebreo) vi viene designato non dissimulano un’insuperabile ripugnanza.

    “Nell’antichità (classica)”, come sottolinea Nietzsche, “un dio non era la negazione o la bestemmia di un altro dio.” E non vi erano propugnate verità assolute. Nei poemi omerici, per es., alcuni dèi parteggiano per Ilio assediata, altri si schierano a fianco degli Achei; Atena protegge con sororale trepidazione l’eroe Odisseo, Poseidone – padre toccato negli affetti dopo l’oltraggio dell’accecamento del ciclope Polifemo – persegue con ostinazione la sua rovina. Nel mondo greco la sfera divina è dinamica, contraddittoria, sottoposta anch’essa ai mutevoli capricci del caso e della fortuna: non esiste una verità incontestabile – nemmeno per gli dèi, nemmeno per Zeus. Scriveva Senofane: “Quanto presso gli uomini sono vergogna e biasimo, rubare, commettere adulterio e ingannarsi l’un l’altro, Omero ed Esiodo attribuivano agli dei.” E Rivarol ricordava che “I poeti ci hanno interessato maggiormente dando agli dei le debolezze umane, che non attribuendo agli uomini le perfezioni divine.”

    Alla visione politeistica classica corrispondevano pluralità di esperienze e di narrazioni, vivida curiosità culturale, una vastità di orizzonti e apertura mentale, perfino un’amoralità che oggi appaiono remote e irrecuperabili. Con il fondamentale e fatale comandamento “Non avrai altro Dio all’infuori di me”, il monoteismo si lega per l’eternità a un solo e unico racconto, una visione delle cose univoca ed egemone, diventa insomma una verità rivelata e, in quanto tale, indiscutibile. Emblematico, in questo senso, il salmo 119 (ma se ne potrebbero citare non meno a proposito molti altri): “Sta in eterno, oh Signore, la tua parola, immobile come i cieli.” In sostanza, il verbo biblico – come poi tutti quelli monoteisti che ne deriveranno nei secoli successivi – si propone come definitivo e inalterabile nel tempo.

   Molte citazioni dai Salmi riscontrano un tono analogamente ultimativo, sintomatico del principio fondante, sottinteso del monoteismo:

“Procurano a sé grandi mali coloro che van dietro a numi stranieri.” (16)

“Non sia frammezzo a te altro Dio, non prostrarti a nume straniero!” (81)

“Si vergogni chiunque adori degli idoli, chi si vanti dei propri simulacri! Prostratevi, oh tutti, al Signore!” (97)

    Nelle religioni antiche le varie divinità non si escludevano, si integravano bensì l’un l’altra in una spontanea e complessa varietà di culti. Il monoteismo ebraico rappresenta (con l’effimera, eccezionale parentesi del faraone Amenofi IV, l’eretico Akhenaton) un fenomeno inedito nella storia dell’umanità, una ‘contro-religione’ (secondo la definizione data dall’eminente egittologo Jan Assmann) che delegittima in modo esplicito e coerente tutte le altre credenze, stabilendo il divieto perentorio di adorare dèi diversi dai propri. La ‘distinzione mosaica’ (sempre Assmann) così operata impone del resto un’alternativa secca, tertium non datur. Yahweh, Signore degli Eserciti, è un “Dio geloso e vendicatore” (Na 1, 2). La consegna della Torah alla sua massima guida segna per il popolo di Israele (e in prospettiva storica per quasi metà dell’umanità) uno stacco netto, una cesura radicale rispetto al passato politeista (o enoteista, o monolatrico…).

    Il monoteismo delinea un mondo fortemente polarizzato, nel quale vengono introdotte distinzioni insuperabili fra ‘amici’ e ‘nemici’, ‘detentori della verità’ e ‘divulgatori di menzogna’: gli ebrei-i gentili; i cristiani-i pagani; i musulmani-gli infedeli. La questione religiosa si pone, a partire da Mosè (e poi con Gesù e Maometto), nei termini inediti, e un po’ eccentrici, di vero e di falso.

     Per i ‘pagani’ la violenza era uno strumento idoneo a conquistare e a conservare il potere, da usarsi, ovviamente, senza particolari scrupoli; mai, però, un modo per imporre una verità assoluta che essi, del resto, si astenevano dal propugnare. Se i popoli politeisti (in primis l’Impero Romano, una dittatura tra le più ferree e spietate che la storia ricordi) hanno compiuto carneficine ed efferatezze innumerevoli, i monoteismi hanno aggiunto alla già lunga catena di orrori della storia umana un anello, quello delle guerre di religione, forse il più cruento e inestirpabile, se consideriamo che la loro furia distruttiva, della quale abbiamo tragiche testimonianze ancora nel XXI sec., è in grado di resistere anche alle considerazioni dettate dal pragmatismo politico e dalla strategia militare.

     Ecco alcune citazioni tratte dai Salmi:

“Spezza il braccio dell’empio e dell’iniquo, sperdine la malizia e più egli non sia.” (9)

“Li sterminai come polvere al vento, li schiacciai come il fango nelle strade.” (18)

“La prole degli empi andrà schiantata.” (37)

“Con te ci scagliamo sui nemici, nel tuo nome prostriamo chi ci assale.” (44)

“I ribelli a Dio si curveranno, morderanno la polvere i suoi nemici.” (72)

“Riversa, oh Signore, il tuo sdegno sulle genti che non riconoscono te, e sopra i vari loro regni, che non invocano il tuo nome.” (79)

“Scompaiano dal mondo i peccatori e gli empi, fino all’ultimo di loro.” (104)

“Sian coperti d’onta i miei nemici; li avvolga, come un manto, il loro stesso obbrobrio.” (109)

Principi che sono puntualmente ribaditi in altri libri sapienziali:

Nella Sapienza:

“Il culto di idoli vani è il principio, la causa e il colmo di ogni male.”

O in Siracide (Ecclesiastico)

“Getta il tuo timore, oh Dio, su tutte le nazioni; stendi la tua mano sui popoli stranieri, che vedano la tua potenza… affinché sappiano anch’essi, come lo sappiamo noi, che non vi è altro dio all’infuori di te.”

“Risveglia la tua ira e versa il tuo furore, opprimi l’avversario e annienta il nemico.”

   Nei rapporti fra civiltà diverse, i politeismi si mostrano ben altrimenti duttili, potendo molte loro divinità risultare ‘intercambiabili’, per così dire ‘trasponibili’ nell’ambito di altre religioni (si pensi a greci e romani) a tutto vantaggio dell’integrazione culturale. Finché le credenze si fondavano su elementi naturali (il sole e la luna, la terra e il cielo, l’acqua e il fuoco, il succedersi delle stagioni, ecc.) essi erano facilmente traducibili, in quanto potevano essere ricondotti a esperienze elementari comuni all’intera umanità. I monoteismi, che si pongono ciascuno come unico culto autentico, appaiono invece strenuamente auto-referenziali con rimandi esclusivi al mondo chiuso dei propri sacri testi.

    E a proposito di libri e di parole, non è forse da sottovalutare un espediente ‘grammaticale’ che, per assuefazione, può facilmente sfuggire alla nostra attenzione: nei politeismi ogni dio ha un proprio nome (Giove, Venere, Marte…), nei monoteismi la divinità resta rigorosamente anonima; si chiama, appunto, semplicemente ‘Dio’, con questo sottintendendo a priori che ce n’è una sola, e che una seconda è virtualmente impensabile. L’educando, nel momento stesso in cui impara a esprimersi, è posto di fronte al fatto compiuto che l’ente supremo sia un’entità che, in mancanza di qualsiasi concorrenza, può permettersi il lusso dell’anonimato.

     Per loro natura i monoteismi, sedicenti depositari dell’unica verità esistente, non mostrano alcun serio interesse alla conoscenza e allo studio delle credenze poste al di fuori del loro rigoroso perimetro, anzi questa – eventuale – curiosità viene esplicitamente scoraggiata e osteggiata. Scrive per es. Tertulliano, autorevole apologeta cristiano del II-III sec.: “Dopo la venuta di Gesù Cristo, noi non abbiamo bisogno di curiosità.”

    La stessa nozione di tolleranza – il reiterato invito alla tolleranza che tanto spesso ricorre, per es., nei Vangeli e nel Corano, e alla quale ascoltiamo tutt’oggi quotidiani appelli pubblici – ha corso quasi solo in ambito monoteista. Il contrasto è dovuto probabilmente al fatto che nel campo politeista non vi è nulla che sia considerato intollerabile a priori, e quindi nessuno spazio per un principio che ai romani doveva apparire quanto meno curioso, quando non empio e ispirato da odio verso il resto dell’umanità (da cui l’accusa di ‘ateismo’, che a noi può sembrare paradossale, della quale furono spesso oggetto le prime comunità cristiane).

     Era inevitabile che il concetto del Dio unico facesse dei monoteismi dei discorsi privi di possibilità di sviluppo. La storia attesta con tragica dovizia di esempi quanto, una volta che si fossero imposti come dottrina ufficiale, riflettere liberamente sui loro postulati abbia esposto per secoli, e in qualche misura ancora oggi esponga, al rischio di incorrere nel peccato di eresia (o di apostasia) e nella conseguente persecuzione.

     I testi monoteisti, al contrario di quelli politeisti, sono detti ‘libri sacri’; il loro carattere, appunto, di sacralità, esclude che possano essere posti in discussione, o addirittura smentiti. Costituiscono l’essenza del verbo divino, e in quanto tali sono immutabili, definitivi, validi nei secoli dei secoli; hanno carattere vincolante e anche solo pensare di esularne è empietà.

     Detto questo, l’Antico Testamento (e mi limito qui appena ai libri sapienziali, e cioè: Giobbe, Salmi, Proverbi, Ecclesiaste [ovvero Qohelet]), Cantico dei cantici, Sapienza ed Ecclesiastico [altrimenti chiamato Siracide]) è uno dei massimi capolavori della letteratura universale e, venendo al punto che ci preme in questa sede – appunto gli aforismi – stupende massime di saggezza vi sono disseminate un po’ ovunque. Eccone un succinto repertorio:

     Da Giobbe:

“Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore.”

“Se da Dio si accetta il bene, il male non si dovrà allora accettarlo?”

“Non i longevi, poiché tali, possono esser detti savi.”

     Dai Salmi:

“Ricorda che ognora ti oltraggia lo stolto.” (74)

“La pietra respinta dai costruttori è divenuta la pietra angolare.” (118)

     Dall’Ecclesiaste, il più sconsolato e ‘moderno’ degli autori biblici, modello per generazioni di aforisti:

“Ho veduto tutte le cose che si fanno sotto al sole ed ecco il tutto è vanità e un inseguire il vento. Ciò che è storto non lo si può raddrizzare, e quel che manca non lo si può contare.”

“Ciò che è stato sarà, e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto al sole.”

“Né del savio né dello stolto rimane alcun ricordo nel mondo, e nei giorni avvenire tutti e due saranno dimenticati.”

“Quale vantaggio ha il savio sullo stolto? Non vanno forse entrambi alla stessa dimora?”

“Tutti i fiumi se ne vanno al mare e il mare non si piena.”

“Il tempo e il caso si frappongono a tutto.”

“Uno sbaglio solo fa perire un gran bene.”

     Dalla Sapienza:

“Dinanzi a te il mondo intero è come un atomo sulla bilancia, come una goccia di rugiada che al mattino si posa sull’erba.”

     Dall’Ecclesiastico:

“La rena dei mari e le gocce della pioggia, e i giorni dei secoli, chi mai potrà contarli?”

“Alla sventura dell’orgoglioso non c’è rimedio perché porta in se stesso la radice del suo male.”

“Non invidiare la gloria del malvagio perché tu non sai ancora quale sarà la sua fine.”

“Chi subito concede la sua fiducia è d’animo leggero.”

“Lo stolto ha il cuore sulle labbra, il savio ha la bocca nel cuore.”

“Il lutto per un morto dura sette giorni, ma per uno stolto dovrebbe continuare per tutta la vita.”

“La verità ritornerà a quelli che la praticano.”

“Una vita felice dura un numero di giorni, ma un buon nome rimane per secoli.”

“Dio è in ogni cosa. Dove troveremo la forza di dargli la lode dovuta?”

“Come le foglie spuntate su un albero verdeggiante ora cadono e ora sbocciano, così son le generazioni della carne e del sangue, una muore e l’altra nasce.”

     Ma soprattutto il libro dei Proverbi, improntato a uno spirito fortemente sentenzioso, costituisce una piccola miniera di aforismi:

“Non rispondere allo stolto secondo la sua stoltezza per non divenire anche tu simile a lui; rispondi allo stolto secondo la sua stoltezza perché egli non si creda saggio.”

“L’empio rimane prigioniero delle sue stesse colpe, ed è preso al laccio dei suoi peccati.”

“Non tornano utili i tesori di male acquisto.”

“Qualsiasi stolto sa fare litigi.”

“Dolce è per l’uomo il pane della frode, ma poi ha la bocca piena di sabbia.”

“Nuvole e vento, ma niente pioggia, tali son belle promesse non mantenute.”

“Cantar canzoni a un cuore afflitto è come spargere aceto su una piaga.”

“Chi scava la fossa ci casca dentro, e chi rotola un masso gli viene addosso.”

“Sincere son le busse di chi ama, minacciosi i baci di chi odia.”

“Come un volto non è uguale all’altro, così differiscono i cuori degli uomini.”

“Chi tiene vie tortuose in qualcuna cadrà.”

     Sempre in ambiente israelitico operò il dottore talmudico Hillel (che taluno – es.: Renan – suppone essere stato maestro di Gesù, data anche la straordinaria coincidenza di detti, sentenze, precetti, ecc.), autore di innumerevoli aforismi tramandatici dalla tradizione rabbinica (alcuni di questi li ritroviamo, quasi identici, nel Vangelo). Ne cito almeno un paio:

“Ogni amore che dipende da qualche cosa, quando la cosa cessa, cessa anche l’amore; ma l’amore che non dipende da alcuna cosa non finisce mai.”

“Se non sono io per me, chi è per me? ma se anche sono per me, che cosa sono? E se non ora, quando?”

     Venendo ai Vangeli, un testo che noi tutti conosciamo (o dovremmo conoscere – se non per devozione, almeno per curiosità intellettuale), è probabile che Gesù, al di là della leggenda neotestamentaria, sia stato il più originale e brillante interprete di una cultura assai viva nella Palestina del I sec., cioè in una terra e un’epoca di eccezionale fermento, sature di vaghe attese messianiche che si intrecciavano con l’acceso indipendentismo degli Zeloti e anelante, anche (es.: la setta degli Esseni), a una rilettura dei testi sacri in senso più spirituale e meno formalista rispetto ai Farisei e ai Dottori della Legge. La Buona Novella predicata da Gesù è venuta, come sappiamo, non già ad abolire, ma a riformare la legge mosaica, a mitigarne il sinistro rigore. Anche il Nuovo Testamento è una miniera di aforismi, mi limito a citarne qualcuno, del resto sono piuttosto familiari a chi sia stato educato cristianamente (da segnalarsi, in particolare, il celebre e bellissimo Sermone della Montagna, contenuto in Mt da 5,1 a 7,28):

“Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che viene dalla bocca di Dio.”

“Il vento soffia dove vuole e tu ne odi il suono, ma non sai donde viene e dove va. Così è di chiunque è nato dallo Spirito.”

“Se io vi ho parlato delle cose della terra e non credete, come crederete se vi parlo delle cose del cielo?”

“Un uomo non può ricevere nulla, se non gli è stato dato dal cielo.”

“Chiunque beve dell’acqua di questo pozzo avrà sete di nuovo, ma chi berrà l’acqua che io gli darò non avrà più sete in eterno.”

“Nessuno è profeta in patria.”

“Non hanno bisogno del medico i sani, ma gli ammalati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.”

“Neppure per la tua testa non giurare, perché non puoi fare bianco o nero un solo capello; sia invece il tuo discorso: sì, se è sì; no, se è no; quel che si dice in più viene dal maligno.”

“Non opponete resistenza al malvagio: anzi a chi ti schiaffeggia sulla guancia destra porgi anche la sinistra; a chi vuole citarti in giudizio per prenderti la tunica, lascia anche il mantello; se uno ti costringe ad andare con lui per un miglio, va’ insieme con lui per due.”

“Il Padre vostro fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi e manda la sua pioggia sopra i giusti e sopra gli ingiusti.”

“Quando fai elemosina non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, affinché la tua elemosina rimanga segreta.”

“Non giudicate, per non essere giudicati; perché con quel giudizio col quale giudicate sarete giudicati.”

“Non gettate perle ai porci!”

“Sforzatevi di entrare dalla porta stretta!”

“Dai loro frutti li potrete riconoscere. Si colgono forse grappoli dalle spine o fichi dai rovi?”

“A chi ha sarà dato, e sovrabbonderà, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.”

“Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate prudenti come serpenti e semplici come colombe.”

“Se un cieco guida un altro cieco, entrambi cadranno nel fosso.”

“Chi fra voi è senza peccato scagli la prima pietra.”

“Se non faccio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le faccio, anche se non volete credere a me, credete alle opere.”

“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.”

“Se il mondo vi odia, pensate che ha odiato me prima di voi.”

     Mantenendoci per ora in ambito monoteista, come sappiamo dal VII sec. d. C. in poi il Medio Oriente e l’Africa Settentrionale entrarono per sempre nella sfera d’influenza dell’Islam e intere popolazioni si convertirono alla fede coranica.

     Senza entrare nell’ambito, abbastanza complesso e delicato, dei suoi sacri testi, che non hanno peraltro trovato interpretazione unanime, diremo che la civiltà musulmana ha prodotto nei secoli, insieme a tanti importanti progressi (per es. nel campo delle scienze), vivaci raccolte di sentenze, aforismi, detti memorabili, ispirati sempre a esperienze di vita vissuta, che rivelano non di rado un modo spregiudicato e pragmatico, elementare, di affrontarle, un po’ com’è nel clima delle favolose Mille e una notte (anche se, giova ricordarlo, questa straordinaria raccolta di novelle deve altrettanto allo spirito parigino, che la tradusse e in qualche misura la reinventò, che a quello arabo):

“L’amore… comincia come uno scherzo e finisce come una cosa seria.”

“Evita di metterti fra le due macine del mulino!”

“Beato il cieco, che possiede una fantasia sconfinata, un pensiero che si estende al di là di ogni legame. Mentre chi vede, scopre sempre catene e ostacoli in tutto ciò che la vista gli offre.”

“Bacia la mano che non puoi mordere!”

“Non è quando si è aiutati dagli amici che si è veramente uomini, ma quando lo si è dai nemici.”

“La parola che trattieni tra le labbra è la tua schiava, quella che pronunci inopportunamente è tua padrona.”

“Anche se siete sapiente consideratevi ignorante per non privarvi del vantaggio di poter imparare!”

“Temi il nobile se lo tratti con disprezzo; temi l’uomo di basse origini se lo tratti con onore.”

“Temi colui che ti innalza al di sopra del tuo merito.”

“Si dice che un capello separi il falso dal vero.” (Omar Khayyam)

      Nell’arcipelago malese è fiorente una cultura orale che ha dato luogo a un’infinità di proverbi:

“Piuttosto che fare amicizia con uno stupido, meglio essere nemici di uno intelligente.”

“Dove muore la formica, se non nello zucchero?”

“Una mano fa cinque e due mani fanno dieci; ho piantato un melograno, perché ho raccolto una zucca?”

“Chi parla tanto, facilmente finirà col dire bugie.”

      Mentre in quella che oggi è l’Europa e in Medio Oriente si imponevano progressivamente le religioni e visioni del mondo cui abbiamo sopra accennato (e che ancora influenzano in profondità il nostro modo di vedere e di affrontare le cose), in Oriente si affermavano filosofie che per certi versi si pongono agli antipodi rispetto ad esse; seguiremo, in particolare, il cammino del buddhismo e, più in generale, della filosofia indiana attraverso vari Paesi (nel suo percorso India-Cina-Giappone), sottolineando tramite citazioni aforistiche le loro differenze rispetto a monoteismi e verità rivelate, magari accennando anche a certe loro analogie con la filosofia occidentale antecedente Platone e il cristianesimo (segnatamente i presocratici).

    Quella cui gli indiani sostanzialmente mirano è una conoscenza non dualistica, che sia cioè in diretto contatto con la realtà così come essa si presenta anteriormente a qualsiasi giudizio etico che possiamo darne. Quelle contrapposizioni (per es. fra bene e male, giusto e ingiusto, ecc.) che noi vi cogliamo sono secondo gli indiani il mero frutto di pregiudizi morali, un grave tralignamento dal retto pensiero.

     Nel Dhammapada, una raccolta di 423 aforismi che costituisce il nucleo fondamentale della dottrina buddhista, è scritto esplicitamente: “Chi ha da sé rigettato il bene e il male, questi in verità si chiama un saggio.”

  Nietzsche, uno dei più ‘orientali’ fra i nostri filosofi, dirà: “Non esistono fenomeni morali, ma solo un’interpretazione morale dei fenomeni.”

     C’è, nella filosofia orientale (aspetto che – al di là di stucchevoli esotismi – noi fatichiamo a comprendere, meglio ancora: ad accettare) un ripudio e un sospetto tenaci nei riguardi di qualsiasi affermazione indimostrabile o verità assoluta; perciò, nel descrivere un qualunque fenomeno, l’indiano dirà sempre: “Le cose stanno così… se osservate sotto quella certa angolazione.”

    La visione del mondo del buddhista è improntata a un fermo e intransigente relativismo. Interrogandosi su se stesso e sul ‘senso’ della propria esistenza, l’indiano ragiona più o meno in questi termini (semplificando): “un giorno sono venuto alla luce perché mio padre e mia madre si sono conosciuti, e anche loro sono nati perché i loro genitori si erano a loro volta incontrati, e così via ripercorrendo a ritroso, attraverso schiere di trisavoli, un’interminabile catena di causa-effetto (la Ruota della Vita e della Morte, che l’induismo chiama samsara) che ci potrebbe riportare fino al giorno della Creazione. Il libanese Kahlil Gibran avrebbe scritto: “Ogni uomo è il discendente di ogni re e di ogni schiavo che abbiano mai calcato la terra.” Alla nostra comparsa nel mondo ha concorso un insieme di circostanze innumerevoli, e sarebbe bastato che una sola di queste non si fosse verificata perché di noi non si sapesse mai nulla. Secondo l’imperatore filosofo Marco Aurelio, “Qualunque cosa ti accada, da secoli senza numero ti era stata preparata. E l’intreccio delle cause ha preparato la tua esistenza, da tempo infinito intessendola insieme con lo svolgersi di quella singola cosa.” E un altro pensatore stoico, Seneca, era consapevole che “Siamo accerchiati da una folla di elementi occasionali, che infuriano da tutte le parti.”

     In realtà, il buddhismo si spinge più in là: postula che noi pensiamo certe cose (o il loro equivalente contrario, che è la stessa cosa), nutriamo determinate convinzioni, abbiamo avversioni e preferenze speciali perché siamo nati in una certa epoca storica, in una certa area geografica, siamo partecipi di un determinato clima culturale, ci sono successe determinate cose piuttosto che altre, e perfino i nostri sentimenti più radicati sono sottoposti a condizionamenti e sollecitazioni tali da non poter essere considerati altro che dipendenti da cieca casualità. Il maestro zen Ma-tsu scrisse in un sutra (come sono chiamati gli aforismi indiani) riguardo alla propria persona: “È soltanto un gruppo di elementi che convergono a formare questo corpo. Quando esso ha origine, soltanto questi elementi hanno origine. Quando finisce, soltanto questi elementi finiscono. Ma quando questi elementi sorgono, non dire: ‘Io sto sorgendo.’ E quando finiscono non dire: ‘Io sto finendo.’.” Dhammapada analogamente sostiene: “Tutti gli elementi della realtà sono privi di essenza propria”, traendo la propria esistenza da altre cose che ne sono a loro volta la causa, nel quadro della ‘produzione condizionata’ che regola la comparsa di qualsiasi cosa, essere vivente o fenomeno. Lo stesso aggregato umano – la persona nella quale ognuno di noi si identifica – come abbiamo visto altro non è se non una successione di stati di coscienza dettati da fattori esterni, fondata su automatismi, psichismi, parvenze fisiche di carattere contingente. In buona sostanza, la nostra individualità è una mera illusione, condizionata da pressioni culturali, sociali, perfino climatiche delle quali il più delle volte non ci rendiamo affatto conto, avendole subite fin dalla nascita; costituendo l’ambiente stesso nel quale noi siamo cresciuti. Il nostro Io, così come ce lo rappresentiamo, è un concetto pretestuoso, la cui trama è intessuta dall’eterna cecità del caso. Secondo il biologo e aforista Jean Rostand, ”Gli uomini non conosceranno mai abbastanza la contingenza della loro persona, e a quanto poco debbano di non essere quello che disprezzano.”

     È quindi – quella buddhista – una visione fortemente deterministica della realtà, prodotto di una logica serrata e inesorabile (che poi è quella del suo maggiore filosofo, Nagarjuna). Goethe, buon conoscitore dell’Oriente, sostenne che “Bisogna considerare gli uomini come organi del loro secolo, che per lo più si muovono e agiscono inconsciamente.” La persona finisce inevitabilmente per chiedersi: io sono un semplice aggregato fortuito, il prodotto della congiunzione di innumerevoli circostanze contingenti, il mero contenitore di tanti fattori casuali, oppure – nascosto, dimenticato, sepolto – al di sotto di questa montagna di detriti (fatta di pulsioni culturali, sociali, morali ‘esterne’) esiste un io autentico, l’atman, dotato di natura propria, non contingente, non condizionato, non coeffettuato e non già un semplice prodotto di elementi disparati e accostati gratuitamente l’uno all’altro? Identificabile forse con quello che Cioran, profondo conoscitore delle filosofie orientali, chiamava “Il barlume di luce che è in ognuno di noi e che risale a molto prima della nostra nascita, a molto prima di tutte le nascite, quello che si deve salvaguardare se si vuole riprendere contatto con quella luminosità remota dalla quale non sapremo mai perché fummo separati.”

      Dhammapada ammonisce: “Contempla questo mondo come una bolla d’acqua; guardalo come si guarda a un miraggio.”

     Presa coscienza del fatto che la realtà nella quale noi siamo immersi è priva di essenza propria ed è transitoria e dolorosa – costituisce un inganno universale e costante dei nostri sensi – il saggio si impegna nel conseguimento di nirvana, e cos’è dunque: nirvana? Il percorso verso nirvana consiste nello smagliare, e infine spezzare, affrancandosene per sempre, l’inesorabile catena di causa-effetto (appunto, samsara, l’Oceano delle nascite e delle morti) che è alla base di tutte le illusioni che nutriamo. Il nirvana coincide con la fine di ogni trasmigrazione, e non è condizionato né coeffettuato come il mondo empirico.

     Anche il Mahatma Gandhi, padre dell’indipendenza indiana, nei suoi noti aforismi insiste sulla necessità di auto-annullamento come tappa preliminare verso la vera conoscenza:

“Non riusciremo a vincere il Male che è in noi finché non ci ridurremo a nullità”.

“Dio non chiede niente di meno che la rinuncia a se stessi come prezzo per la sola vera libertà che valga la pena di possedere.”

“Chi non abbia un notevole senso di umiltà non può trovare la verità. Se vorrete nuotare nell’oceano della verità, dovrete ridurvi a nullità.”

    In questa prospettiva appare evidente il valore strumentale e la presunzione imperdonabile di ogni concetto, opinione, ideale, perfino di ogni affetto, mere costruzioni immaginarie che costituiscono altrettanti aspetti di quella falsificazione progressiva e inarrestabile della realtà che risponde al nome di samsara, ovvero determinismo, casualità, contingenza. Il filosofo buddhista dimostra in modo puntuale, circostanziato, inesorabile la falsità, l’insussistenza, la relatività, l’intrinseca contraddittorietà di tutto il mondo empirico circostante, che viene respinto in blocco. È scritto in Dhammpada: “’Questi figli sono miei, questa ricchezza è mia’: così almanaccando lo stolto si inganna. Ma egli stesso non appartiene a se stesso, quanto meno i figli, quanto meno la ricchezza!” Il saggio cinese Hui Neng sottolinea la natura illusoria della realtà: “Non vi è albero né specchio lucente, poiché tutto è vuoto: dove potrà mai posarsi la polvere?”

     Uno degli aspetti cruciali della filosofia buddhista (e più in generale indiana), che noi stentiamo a giustificare e che dà luogo a infiniti fraintendimenti da parte dell’Occidente, è il ripudio di tutte le opinioni e in particolare dei concetti dualistici di bene e male, che per l’indiano rientrano a pieno titolo nell’ambito di samsara in quanto interpretazioni gratuite, soggettive della realtà.

     “Come l’ape raccoglie il succo dei fiori, senza danneggiarne profumo e colore, così dimori l’asceta nel villaggio”, è un invito, contenuto nel Dhammapada, a non prendere parte alle contese che riguardano il vivere dentro samsara. Buddha in persona ammonisce (nel sermone di Kotigrama): “Chi ha sana la mente non compete col mondo né lo condanna.” La raccolta di poesie zen Zenrinkushu ricorda: “Arriviamo a mani nude, e a mani nude ce ne andiamo.” E Hui Neng asserisce che: “Il saggio non pratica alcuna virtù.”

    Che queste intuizioni abbiano un valore universale e non siano una prerogativa esclusiva del buddhismo lo dimostra il fatto che siano state condivise da filosofi estranei all’ambiente indiano (es.: i presocratici). Un esempio fra tutti, il maestro sufi (il sufismo è la corrente mistica dell’Islam, i cui interpreti sono stati non di rado perseguitati e giustiziati come eretici) Jalaluddin Rumi (XIII sec.): “Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato, c’è un campo. Io ti aspetterò laggiù.” Senza trascurare, come già abbiamo visto e ancora vedremo, tanti pensatori e intellettuali occidentali ‘dissidenti’. Come per es. Henri de Montherlant, che scriveva: “Nulla, neppure un giudizio giusto, è più intelligente di una sospensione del giudizio.” O Emil Cioran: “Quando si è usciti dal circolo di errori e di illusioni all’interno del quale si svolgono gli atti, prendere posizione è una quasi-impossibilità. Occorre un minimo di stupidità per tutto, per affermare e anche per negare.”

      L’ascesi indiana non sviluppa un’etica fine a se stessa, tende bensì a superare l’opposizione dialettica fra ‘bene’ e ‘male’. Anche Sri Aurobindo, il maggiore filosofo indiano moderno, che in gioventù affiancò Gandhi nelle lotte indipendentiste prima di consacrarsi interamente alla meditazione, insiste sul ripudio delle opinioni e delle distinzioni:

“Quando avevo la ragione separatrice, molte cose mi ripugnavano. Più tardi, quando la perdetti nella visione, cercai a lungo nel mondo il brutto e il ripugnante, e non riuscii più a trovarli.”

“Il cristiano e il vishnuita lodano il perdono, ma io chiedo: ‘Che cosa devo perdonare, e a chi?’”

“Sono veri solo quei pensieri il cui contrario è anche vero, a tempo e luogo; i dogmi indiscutibili sono il più pericoloso genere di menzogna.”

“L’egoismo uccide l’anima, distruggilo; abbi cura però che il tuo altruismo non distrugga l’anima altrui.”

“Non preoccuparti del tempo o del successo. Recita la tua parte, sia che riesca sia che fallisca.”

“Quando senti un’opinione che non ti piace, studia e scopri la verità che essa contiene.”

“Niente è piccolo agli occhi di Dio; che niente sia piccolo ai tuoi occhi. Egli dedica tanta fatica e tanta energia divina alla formazione di una conchiglia quanta ne dedica alla formazione di un impero.”

     Sostiene Shin Jin Mei, maestro zen: “Basta eliminare dal mondo oltre che l’odio anche l’amore, perché subito la comprensione appaia spontanea e luminosa come la luce del sole che filtra in una caverna.”

   Da notare che a questo ripudio indiscriminato non si sottrae la stessa dottrina buddhista, l’attaccamento alla quale non farebbe che alimentare il meccanismo perverso di samsara. “Se incontri il Buddha per strada, uccidilo”, suona l’esortazione del saggio cinese Huang Po. Mentre Nagarjuna sostiene: “La vacuità, han detto i Vittoriosi, è eliminazione di tutte le opinioni. Coloro poi per cui anche la vacuità è un’opinione, questi li han detti inguaribili.” Quindi: nessun testo sacro; nessuna verità assoluta; e maestri con funzione solo transitoria. Buddha stesso non mancava di avvertire: “Sono una zattera che serve a raggiungere l’altra riva del fiume. Dopo non servo più a nulla.” Anche questo forse è un aspetto meritevole di un più severo e attento vaglio: i libri sacri del monoteismo si pongono come punti di riferimento irrinunciabili ed eternamente validi; il Buddha non chiede altro, se non di essere superato.

    Ora, si potrebbe essere tentati – malinteso fondamentale – di accusare il buddhista di lassismo, passività o addirittura di nichilismo, dal momento che la sua filosofia è esclusivamente distruttiva, negatoria, e in effetti la sua dottrina può risultare fuorviante e pericolosa, ove cada in orecchie volgari, inclini a conclusioni sommarie e affrettate, ingenerando, per es., un fatuo e insulso quietismo; in realtà, risponde al vero l’esatto contrario. L’occidentale arriva al nulla attraverso la pienezza (cioè tende ad aggiungere: desideri, beni materiali, opinioni, valori morali, affetti, ideali, per stringere alla fine, come suol dirsi, un pugno di mosche). L’orientale compie il percorso esattamente opposto: attraverso una condizione di vacuità progressivamente conseguita – attraverso una graduale consapevolezza della sussistenza puramente strumentale di tutte le cose che compongono il miraggio-mondo – approda al tutto. Curiosamente, a conclusioni non dissimili era giunto l’ultimo scolarca bizantino di Atene, il neo-platonico Damascio (V-VI sec. d. C.): “Il tutto è formato di ‘che’ [aggregati strumentali e illusori]. Di tutte le cose, infatti, ognuna, separatamente considerata, è un ‘che’, e dei ‘che’ saranno dunque esse anche insieme. […] Togli, uomo, non aggiungerci, questo ‘che’. Questo infatti ti impedisce di arrivare alla conoscenza, […] ma se tu togli il che e il quale, ecco che esso ti apparirà per quello che è.” L’illuminazione, ovvero il ricongiungimento dell’anima individuale (atman) con la realtà suprema (brahman, ossia “la realtà delle cose così com’è in se stessa, prima dell’intervento deformatore del nostro pensiero” [Raniero Gnoli]) costituisce un’esperienza che si pone al di là di qualsiasi definizione logico-discorsiva (Wu Tzu dice: “Parlare di zen è come cercare tracce di pesce nel letto di un torrente asciutto”); in definitiva consiste nella liberazione da tutto ciò che di ingannevole e illusorio il mondo ci ha imposto dal giorno della nostra nascita e nell’aver raggiunto una condizione di totale vacuità, che segna il momento nel quale noi torniamo, al di là di fattori storici, ambientali, pedagogici, culturali, psicologici, morali, in contatto con noi stessi, l’atman, l’identità personale che incarna un principio universale ed eterno, il nostro vero io, che può essere scoperto, anzi: recuperato, solo al di là delle passioni e delle norme etiche, quindi, come suggeriva anche Nietzsche, al di là del bene e del male. I taoisti cinesi – che tante affinità presentano col buddhismo – useranno l’espressione ‘tornare alla radice’, ‘restituire il mandato’. Lao Tzu definirà così il Tao: “A guardarlo non riesci a vederlo, ad ascoltarlo non riesci a udirlo, ad usarlo non riesci a esaurirlo.” (35) L’illuminazione rivela la sostanziale coincidenza fra atman, cioè la nostra autentica identità personale, e brahman, l’energia cosmica universale, che coincidono, una volta abolita la mentalità dualistica che costringe a scelte. “Io sono Brahman”, dice il santo induista, e non per presunzione, al contrario: per umiltà, perché, annullando se stesso, si identifica totalmente con l’universo. In modo analogo, il mistico sufi al-Hallaj, il sublime ‘cardatore di coscienze’, sosteneva: “Sotto il mio saio, non c’è che Dio.”

    Ogni scelta rappresenta per il buddhista una ferita; ogni scelta equivale per il buddhista al ripudio di metà dell’universo; di più, al ripudio di metà di se stessi. “Poiché la verità non ha fissa dimora, non è il caso di operare scelte”, osservava un maestro cinese. E un altro: “Una distinzione sottile come un capello, e cielo e terra sono separati.” Il maestro Shin Jin Mei dice: “La Via perfetta non conosce ostacoli, esclude solo ogni scelta.” E sempre al-Hallaj, certo in un contesto religioso e culturale diverso (il misticismo sufi), ma sotto l’influsso di un’analoga ispirazione: “Non ho preferenza per nessuna dottrina in particolare.”

   Da questa identità fra atman e brahman deriva il principio della compassione universale. Che non è evidentemente, per il buddhista, una scelta, tanto meno una scelta morale dettata dal cuore o da sentimenti altruistici (sarebbe un fondamento ben fragile!); il fatto è che se tu ti identifichi con brahman (e non puoi farne a meno dal momento che siete la stessa cosa) ogni offesa fatta all’ambiente o agli altri esseri senzienti è un’offesa inferta alla tua stessa persona, al tuo atman. Se vien fatto del male a una creatura o a una pianta non puoi non soffrire perché è come se quel male fosse fatto a te. Una sentenza indiana recita: “Come ti è cara la vita, così è cara alle altre creature; vedendo dappertutto se stessi, i saggi esercitano la compassione.” E il Mahatma Gandhi sosteneva che: “Lo scopo della vita è indubbiamente quello di conoscere se stessi. Ma non possiamo farlo, se non impariamo a immedesimarci in tutto ciò che vive.” Da qui appunto alcuni principi-cardine del Buddhismo: il rispetto per ogni forma di vita, il vegetarianismo e il ripudio di qualsiasi tipo di violenza (ahimsa).

    In questa condizione estrema, il santo indiano si rende virtualmente invulnerabile a qualunque insidia, come suggerisce efficacemente Dhammapada: “Colui nella cui mano non vi sia ferita può prendere con la mano il veleno: il veleno infatti non penetra dove non c’è ferita.” E il dottore buddista Santiveda postula il superamento di qualunque paura, un sentimento che può essere originato soltanto dall’erronea credenza in un’inesistente sostanza personale: “Paura ci sarebbe, senza dubbio, se io fossi qualcosa di reale, ma, visto che io non son nulla, di chi mai sarà la paura?” Confermerà il taoista Chuang Tzu: “Chi potrà nuocere a colui che avrà saputo svuotarsi del proprio io?”

     Vale forse la pena rimarcare il carattere fortemente elitario del buddhismo, che ha finito per determinare la sua poca ‘fortuna’ storica. La maggior parte delle persone vuole vivere nel flusso delle passioni e dei desideri di samsara; non nutre slanci metafisici, aneliti verso la consapevolezza suprema, le verità ultime del mondo. Il buddhismo si è quasi estinto nel luogo di nascita (l’India) e sopravvive altrove spesso sotto forma di ingenua devozione popolare e religiosità di massa (pensiamo solo a quelle enormi statue del Buddha che certamente avrebbero suscitato la disapprovazione di colui stesso che vi viene effigiato). L’India, non meno che la Cina e il Giappone, sembra oggi tristemente proiettata verso il materialismo, il capitalismo e il consumismo occidentali.

    In Occidente si è imposta, a partire da Platone e Aristotele, una ideologia della verità e del progresso che ha travolto le conquiste della filosofia presocratica, la quale non era gravata da preoccupazioni e istanze etiche, e aveva una visione ciclica, non rettilinea, del tempo e della storia. Questa rivoluzione, aggravata dalla comparsa e dall’affermazione dei monoteismi, è alla base della nostra incomprensione del pensiero orientale il quale, sia pure indirettamente, appare più imparentato con Eraclito che con Socrate.

     L’occidentale vede nel mondo un coacervo di cose separate, tende a distinguerle l’una dall’altra e vede nella scienza la capacità, da parte dell’uomo, di esercitare il proprio dominio sulla natura. La scienza occidentale è sempre più specialistica, in una frammentazione capillare del sapere. Il taoismo cinese vede le cose in maniera diametralmente opposta: “La grande sapienza tutto abbraccia, la piccola sapienza distingue.” Questo antico ideale di saggezza è inconciliabile con le – presunte – esigenze della modernità e oggi è in crisi, e tradito, nella stessa Cina. Scrive Elias Canetti: “Poiché loro, i cinesi, ci hanno preceduto, e da molto tempo, da sempre, riesce tanto più doloroso vedere come adesso ci corrano dietro. Alla fine, quando ci raggiungeranno, avranno perduto tutto il vantaggio che avevano su di noi.”

     Anche nel taoismo, come nel buddhismo, vige il principio dell’astensione: il santo taoista adotta la regola della non-azione, della non-scelta (in contrapposizione frontale, peraltro, rispetto all’inviso modello interventistico confuciano, che, nutrendo preoccupazioni in primo luogo sociali e politiche, predica la pratica di carità e giustizia e, appunto, l’azione [le ‘gesta’], in una difesa a oltranza della tradizione e delle gerarchie). Scrive Lao Tzu: “Chi eccelle non disputa… La via del Santo è di non contendere.”

    La logica dell’aut-aut, o questo o quello, è estranea al taoismo, che guarda anche con estremo sospetto alla parola, perché per sua natura e vocazione essa tende piuttosto a distinguere, definire, interpretare, a negare la coincidenza degli opposti, e ha fede nelle differenze; per cui il taoista mantiene scientemente una certa ambiguità e ama le cosiddette ‘parole-baule’, nelle quali poter infilare significati diversi, in modo da lasciare ampio margine all’intuito. “Il Tao che può essere detto non è l’eterno Tao; il nome che può essere nominato non è l’eterno nome”, sono le prime parole del Tao Te Ching, il testo fondamentale del taoismo, vergato da Lao Tzu. E l’altro grande maestro taoista, Chuang Tzu sosterrà: “Ogni discorso sul Tao va contro il Tao.” Questo modo di sentire è diffuso fra le élites intellettuali dell’intero Oriente; Gandhi scriveva: “Non c’è desiderio di parlare, quando si vive la verità. La verità è più economica delle parole. Non c’è, dunque, evangelismo più vero della vita.” E Zenrinkushu sottolinea la distanza che corre fra parola e concetto rappresentato: “Dicendo ’fuoco’ non ti brucerai le labbra; dicendo ‘acqua’ non annegherai.” Per finire, Lao-Tzu: “Le mie parole sono molto facili da comprendere, e molto facili da mettere in pratica. Eppure nel mondo non c’è chi possa comprenderle, né attuarle.”

     Il Tao respinge le opposizioni irriducibili e accoglie le contraddizioni, che sono solo le due facce diverse della stessa realtà. I due principi dello Yin e dello Yang (femminile e maschile) si contrappongono, si integrano, si compenetrano. Non c’è nessun dualismo manicheo, nessuno di quegli scontri bene-male o giusto-ingiusto a cui ci hanno fatto – tristemente – avvezzi i monoteismi.

    Che cos’è dunque il Tao? È quella cosa della quale più si parla, meno la si definisce. Lao Tzu dice: “Com’è universale il grande Tao! Può stare a sinistra come a destra.” E ancora: “Far dimenticare l’esistenza dei piedi: è questo l’adattamento perfetto delle scarpe. Far dimenticare l’esistenza delle reni: è questo l’adattamento perfetto della cintura. Far dimenticare la distinzione fra il pro e il contro dà la misura dell’adattamento perfetto dello spirito umano.”

     Per il taoismo il mondo è un sistema chiuso all’interno di un ordine ciclico in cui fine e inizio coincidono; una visione incompatibile con la nostra idea – rettilinea – di progresso.

Una famosa parabola di Chuang Tzu esemplifica la relatività e inafferrabilità delle nostre stesse vite: “Una volta Chuang Tzu sognò che era una farfalla svolazzante e soddisfatta della sua sorte e ignara di essere Chuang Tzu. Bruscamente si risvegliò e si accorse con stupore di essere Chuang Tzu. Non seppe più allora se era Tzu che sognava di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere Tzu.”

     Quanto detto finora forse basta a suggerire tratti di somiglianza fra buddhismo e taoismo. Quando dall’India arrivarono in Cina i primi missionari buddhisti, dall’incontro fra buddhismo e taoismo nacque la scuola chan (poi zen in Giappone). Una scuola che predica un insegnamento che vada al di là delle parole e delle definizioni, che miri insomma a una conoscenza diretta, intuitiva. Chuang Tzu dirà: “Compiere senza sapere perché: ecco il Tao.”

      Ed ecco, sullo stesso argomento, una parabola chan:

Un giorno un allievo impertinente vide un gatto per strada e chiese al maestro: “Io lo chiamo gatto: e voi, maestro, come lo chiamate?” Il maestro rispose: “Tu che lo chiami gatto.”

     Le cose sono cioè, per i taoisti, irriducibili al linguaggio e quindi non può essere loro imposto un nome. Come nei presocratici, la realtà, nel suo continuo divenire, è perennemente incostante e quindi indefinibile. Non tollera di essere sottoposta a regole di sorta. Gli eventi reali non sottostanno a norme immutabili. Lo stesso Einstein riconosceva la correttezza di questa visione delle cose dicendo: “Nella misura in cui le proposizioni matematiche si riferiscono alla realtà, esse non sono certe; e nella misura in cui esse sono certe non si riferiscono alla realtà.” Fritjof Capra, in Il Tao della fisica, illustra la sostanziale coincidenza tra le fondamentali intuizioni della filosofia indiana e cinese e molte delle scoperte del ‘900, in particolare la teoria della relatività e la meccanica quantistica.

      Il taoismo si caratterizza per il rigetto di qualsiasi linguaggio che sia sostitutivo della realtà. Secondo E. Zolla noi occidentali abbiamo degradato il linguaggio a una insulsa cantilena, una caricatura del mondo circostante che persegue l’unico scopo di dissimulare ed esorcizzare il carattere rivoluzionario della realtà – quello stesso che, all’alba della filosofia, spingeva Eraclito a dire: “Non ci si bagna due volte nello stesso fiume.” (framm. 49a)

     Il moralista rumeno Cioran sosteneva che, nel campo della filosofia, tutto ciò che è venuto dopo i presocratici sia superfluo. Ascoltiamo ancora Eraclito, il framm. 10: “È ai contrari che la natura tende e da essi compie l’accordo; come, per es., ha messo insieme il maschio con la femmina e non ciascuno di essi col congenere, la prima concordia ha essa composto attraverso i contrari, non i simili, ecc.” O il framm. 102: “Per il dio belle son tutte le cose e buone e giuste, gli esseri umani invece han preso le une per ingiuste, le altre per giuste.”

      L’etica taoista persegue, al pari dei presocratici, l’unità dei contrari. Gli opposti ci sono e devono coesistere. Uno non può sussistere in assenza dell’altro. Chiamare uno ‘bene’ e l’altro ‘male’ implica già che il secondo debba essere eliminato per far luogo al primo. La distinzione morale bene-male persegue quindi una logica distruttiva: del bene non meno che del male. La storia umana ci offre, del resto, innumerevoli esempi delle catastrofi provocate dalle – cosiddette – buone intenzioni. Se bene e male si contrappongono, se una tesi prevale sull’altra, il Male ha già vinto, perché proprio in questo consiste: nella menomazione e nel dimezzamento progressivo della realtà. Sostiene Chuang Tzu: “La comparsa del bene e del male altera la nozione del Tao.”

      Trattenendoci in ambito cinese, ma agli esatti antipodi rispetto alla concezione del mondo taoista (per quanto poi le due scuole si siano, nei secoli, originalmente compenetrate), l’ethos confuciano, ideale laico di ordine mondiale al quale si allineano oggi la Cina virtualmente post-comunista e le aggressive ‘tigri’ asiatiche, privilegia valori quali autorità e gerarchia, ai quali debbono inchinarsi ed essere subordinati i diritti e gli interessi individuali, nel quadro di una visione fortemente verticistica del potere. (Un altro esempio orientale di riuscito compromesso fra tendenze apparentemente inconciliabili è la nipponica ‘via’ del samurai, singolare sintesi fra lo stringente ascetismo della filosofia buddhista e l’esercizio della violenza guerresca.)

     Voltaire, dall’alto dei suoi ineffabili pregiudizi di occidentale – che non ci è discaro condividere – scriveva: “In Asia non possono aver conosciuto la vera eloquenza. Chi avrebbe dovuto persuadere? Degli schiavi.” Tesi alla quale un proverbio tipicamente cinese replica: “Non ci sono due soli nel cielo, non possono esservi due imperatori sulla terra.”: due forme di saggezza antitetiche, alle quali non sarà forse del tutto fuori luogo riconoscere pari dignità – se non altro per non ricadere in quella proverbiale arroganza occidentale che ormai tutti nel mondo, volenti o nolenti, hanno imparato a conoscere, e non oltrepassare quel punto fatale oltre al quale l’universalismo democratico sfocia in striscianti imperialismo e monolitismo culturali.

     Famosi restano gli aforismi del fondatore della dottrina confuciana (incentrata sul rispetto della tradizione, il culto degli avi, ecc.), con la quale hanno dovuto misurarsi e scendere a patti tutti in Cina, anche Mao Tse-Tung e le sue guardie rosse, e che sono stati tramandati fino a noi:

“Ciò che l’uomo superiore cerca, lo cerca in se stesso, mentre l’uomo dappoco lo cerca negli altri.”

“Per una sola parola l’uomo superiore è giudicato savio, e per una sola parola è giudicato stolto.”

“Se il paese è in ordine, ci si vergogni della povertà e della miseria. Se il paese non è in ordine, ci si vergogni della ricchezza e degli onori.”

    Dopo aver trattato – in modo fatalmente lacunoso e sbrigativo – temi tanto gravi, non ci dispiacerà forse concludere questo breve discorso con qualche citazione da proverbi, sentenze, detti orientali frutto della saggezza popolare, nei quali talvolta riecheggiano ancora i motivi che abbiamo – tanto sommariamente – trattato.

       Sentenze indiane:

“Al re si fa onore nel suo paese, al dotto si fa onore ovunque.”

“I re debbono allontanare da sé quel servo che nel ricevere un ordine lo stima o facile o difficile.”

“Nella sventura si manifesta la forza dei grandi, non nella prosperità; il profumo dell’aloe non è mai così penetrante come quando è gettato nel fuoco.”

“Chi può conoscere a fondo gli animi degli uomini superiori, più duri del diamante e più delicati di un fiore?”

“Un coraggioso pensa nell’animo suo di dover raggiungere il suo scopo col coraggio, il pauroso con la viltà; e non avviene altrimenti.”

“L’avaro, richiesto di un dono, è più generoso dell’uomo generoso; poiché questi dà prima il denaro e poi – se occorre – la vita; mentre quello dà prima la vita, piuttosto che il denaro.”

“Il volto si copre di rughe, il capo è segnato di canizie, le membra si afflosciano… Solo la cupidigia resta sempre giovane.”

“Vi sono artisti che sanno fabbricare loti d’oro; ma solo il dio Brahma riesce a dar loro il profumo.”

“Ciò che non ti è stato destinato, per quanto tu faccia, non sarà mai tuo, e ciò che ti appartiene rimarrà tuo pur se lo getti via”.

      A prescindere dalla religione e dalle questioni di ordine filosofico, anche la saggezza popolare cinese ha coniato nei secoli proverbi di grande efficacia, dei quali vale la pena citare qualche esempio:

“Quando un padre non si comporta da padre, il figlio non può comportarsi da figlio.”

“Chi conosce gli altri è erudito. Ma solo chi conosce se stesso è saggio.”

“Non si mescola l’acqua del pozzo con quella del fiume.”

“L’avaro è il custode e lo schiavo del proprio denaro.”

“Il combustibile si consuma, ma la fiamma può essere propagata.”

“L’uomo che davvero sa donare non invita gli altri a prendere.”

“Cosa davvero spregevole è la guerra, che richiede il meglio dagli uomini e dà il peggio.”

“L’uomo troppo stupido a volte non riesce nemmeno a commettere errori.”

“La casa dell’imperatore inizia con un mattone d’argilla.”

“L’uomo che fa il male e ne ha vergogna ha nell’anima la possibilità di redimersi. L’uomo che fa il bene e vuole farlo sapere a tutti ha nell’anima la possibilità di perdersi.”

“Non si assaggia due volte dallo stesso piatto.”

“Il bugiardo che ha detto le bugie si ritrova sempre la verità tra le mani.”

“Il fiume Azzurro e il fiume Giallo non potranno riempire un vaso incrinato.”

“A voler prendere pesci troppo grandi, la rete si rompe.”

“Fra tutte le maniere di ubriacarsi, la più radicale è inebriarsi di se stessi.”

“L’uomo che ha sposato una donna cattiva diventerà un filosofo.”

“Su una piccola pietra inciampò l’imperatore.”

“A molti pensieri seguano poche parole.”

“Si susseguono le stagioni, il sole alla luna, la semina al raccolto. Ma solo i grandi saggi e gli stupidi non cambiano mai.”

“Che le parole siano come le perle, rare e preziose.”

“Il saggio non accetta dal principe ricompense che non siano meritate.”

“A forza di essere malati si diventa buoni medici.”

“L’oro non compra neanche un attimo di vita.”

“A volte tessere il proprio bozzolo è restarne imprigionati.”

“Una canna da zucchero non è sempre dolce da tutte le parti.”

“Il vaso vale per ciò che può contenere.”

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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Bibbia

Dhammapada

Tao Te Ching (Il libro del Tao), Lao Tzu

Chuang-Tzu

Massime, Confucio

Le stanze del cammino di mezzo (Boringhieri 1979) e Lo sterminio degli errori (BUR 1992), Nagarjuna, entrambi a cura di Raniero Gnoli

Il dio che sorride, Sri Aurobindo (TEA)

Mille sentenze indiane, a cura di Paolo Emilio Pavolini (Sansoni)

Aforismi e pensieri, Gandhi (Newton & Compton)

Aforismi d’Oriente, a cura di Gino Ruozzi (GEDIT)

Non avrai altro Dio, Jan Assmann (Il Mulino)

Elogio del politeismo, Maurizio Bettini (Il Mulino)

La via dello zen, Alan W. Watts (Feltrinelli)

Il Tao della fisica, Fritjof Capra (Adelphi)

Il buddhismo, Pio Filippani Ronconi (Newton & Compton)

La filosofia indiana e Buddha, Leonardo Vittorio Arena (Newton & Compton)

Diario zen, a cura di Leonardo Vittorio Arena (BUR)

Il Taoismo, Aldo Tagliaferri (Newton & Compton)

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Adam Wiśniewski: Il saggio “Dipingi il mondo con un sorriso”.

DIPINGI IL MONDO CON UN SORRISO
Sull’importanza di un sorriso nella vita e nel lavoro di un reporter

(basato sulla biografia di R. Kapuściński e T. Terzani)

…..Leggendo una delle biografie di un eccezionale giornalista polacco, il più eminente scrittore tra i reporter, Ryszard Kapuściński, intitolata “Kapuściński non fiction”, dalla prefazione dell’autore ho scoperto che per lui il sorriso è … un’espressione più sospetta del volto umano. Vede in essa un inganno, anzi, un segreto profondamente nascosto, che sconcerta il protagonista. E così rivela l’expressis verbis, ovvero una disonesta, preconcetta intenzione di screditare il suo protagonista. E questo rende la persona che si sta creando il migliore amico del giornalista! Il sorriso del personaggio del libro, per essere in linea con l’obiettivo e la strategia aziendale del biografo, doveva irreversibilmente trasformarsi in sorriso. La moneta cattiva scaccia quella buona, come dice la legge di Gresham. E ho aggiunto: “Sì, anche un sorrisetto, il sorriso dalla circolazione respinge”. Il defunto Lech Konopiński, il grande scrittore polacco di epigrammi e autore di aforismi, riassumerebbe questo atteggiamento con due saggi epigrammi:

La retroazione

Nel giudicare, tieni presente
che stai giudicando anche te stesso.

Il controvento

Mi sputi addosso, ma considera che allora
ti sei sputato in faccia ora.

…..Minando l’autorità del protagonista, il biografo mette in discussione il messaggio del sorriso, profondamente radicato nella natura e nella cultura umana, ovvero il secondo dopo il sole, l’oggetto più luminoso al mondo. Allo stesso tempo, contesta l’importanza dello strumento base del laboratorio di un reporter, di cui scrive: Lo strumento più utile del lavoro di un reporter è… un sorriso.            Ryszard Kapuściński è conosciuto più in Italia che nel mondo. Era amico del vostro famoso connazionale, viaggiatore, scrittore e reporter – Tiziano Terzani, il cui ventesimo anniversario di morte è stato celebrato in luglio di quest’anno. Sebbene non si siano mai incontrati di persona, si scambiavano lettere molte volte. La loro creazione artistica ha avuto in comune un messaggio, ovvero il desiderio di conoscere profondamente le persone e il mondo.

     T. Terzani sostiene di essere stato più fortunato nella vita di tanti altri. R. Kapuściński potrebbe dire lo stesso di se stesso. Anch’io! E la felicità favorisce le persone che sorridono. Due miei aforismi esprimono questa verità:

La vita ti dirà sempre di SI quando le sorridi.

Non c’è regalo migliore del tempo e di un sorriso donato al prossimo.

I miei mentori hanno fatto molti di questi doni nella loro vita, seguendo il messaggio del cuore:

Se il destino ti sorride, è perché tu possa replicare il suo dono centinaia di volte, e condividerlo ogni giorno.

Una caratteristica distintiva di entrambi i reporter era la loro sensibilità, raramente riscontrata negli uomini. L’altro giorno l’ho espresso in un aforisma:

Nessuna delle virtù attribuite agli uomini lo nobilita tanto

quanto la sensibilità insita nelle donne e nei bambini.

     Sensibilità al male e alla sofferenza, all’ingiustizia onnipresente; all’egoismo, al cinismo e al desiderio di profitto, ma anche alla bellezza della natura, alle secolari conquiste della cultura profondamente spirituale degli abitanti dell’Asia, dell’Africa e del Sud America. Entrambi i reporter erano curiosi fin dall’infanzia, e questo si esprimeva con domande piene di stupore. Ne ho riassunto l’essenza in tre aforismi:

Guarda il mondo con gli occhi di un bambino e vedrai la sua vera bellezza.

Per essere creativi bisogna ancora una volta, fin da bambini, acquisire la capacità di meravigliarsi di fronte a tutto.

Se raramente ti stupisci di qualcosa, è altrettanto raro che pensi.

     Ognuno di loro, a modo suo, si immergeva nella folla per comprendere meglio la storia, la cultura e la filosofia delle nazioni e la vita delle persone per le quali ogni giorno sembravano essere ospiti di Natale. Tarzani e Kapuściński hanno conosciuto la libertà umana in molti modi. Dopo l’auto-censura, dopo il silenzio, dopo il sorriso, dopo il tipo e il numero di segni di punteggiatura in una frase.
Terzani non vuole farsi sentire un estraneo; cerca di conoscere la cultura secolare del paese che visita, ne impara la sua lingua, vuole essere uno dei suoi abitanti, perché è l’unico modo per conoscerlo e comprenderlo più a fondo. Amava il Regno di Mezzo e la sua storia di oltre cinquemila anni.
Per l’emozionante, lungo viaggio attraverso la Cina, ha messo nello zaino (oltre ad una pila di libri e una manciata di suole) un sorriso sincero e allegro, la cui importanza è stata descritta in modo così bello nel proverbio cinese:

Quando non hai niente da dare, offri un sorriso.

Come economista di professione, aggiungo:
Il ruolo della moneta mondiale è svolto interamente dal sorriso.

     Il Giappone è conosciuto come la terra del sol levante. La Cina, secondo il racconto di Terzani, potrebbe tranquillamente essere definita il Paese del sorriso emergente.

     Nessuno può insegnarti a scrivere poesia, dice Tiziano al figlio Folco, riferendosi direttamente alla professione di giornalista. Ha ragione: le parole che vengono dall’anima, dal cuore, non richiedono la conoscenza delle tecniche di comunicazione. L’immagine e l’emozione in esso contenute parlano da sole.

Quando si è bambini, si guarda il mondo con gli occhi dell’immaginazione – il più bello mai visto.

     I nostri protagonisti hanno confrontato un’immagine idealizzata del mondo della loro infanzia con quella che avevano trovato, e il catalizzatore delle ricche esperienze vissute è stata la loro irrefrenabile curiosità per un mondo pieno di bene e di male, di paradossi e assurdità, ma anche della bellezza indicibile della natura e dell’anima umana. Dalla ricchezza delle loro riflessioni si potrebbero formulare molti aforismi!
Forse il mondo dovrebbe essere governato dai filosofi, come vorrebbe Platone – probabilmente lo hanno pensato più di una volta.
Vedono la grandezza dell’uomo in ogni pietra, in ogni albero, in ogni boccone d’aria che respirano. Sono affascinati dalla varietà. In essa vedono la ricchezza dei valori di un mondo che se ne va: la famiglia, l’umiltà, il lavoro, la pazienza, il rispetto per la Madre e la Natura, per ogni creatura e la generosità e la carità.

     Nel tentativo di sensibilizzare le nostre coscienze, ci mostrano la bellezza dell’essere umano, una vita che a volte passa più lentamente, a volte più velocemente, nello scenario e nel ritmo della natura divinamente vergine, che pulsa al ritmo di lavori e rituali quotidiani. Essi mostrano un mondo in cui l’uomo e la natura, secondo l’intenzione divina, erano un’unica grande unità organica e indissolubile.
Un mondo in cui nessuno si lamenta della propria sorte, perché la sorte degli altri è molto più difficile per lamentarsi della propria.
Raccontano la vita radicandosi nella storia di un luogo che “leggono” con tutto se stessi. Una passeggiata tranquilla e attenta attraverso la vita permette loro di entrare in quasi ogni luogo attraverso la porta della cucina per scoprire, in senso figurato e letterale, tutti i sapori della cucina del mondo. L’armonia con il mondo e se stessi, la sensazione di essere uniti alla natura li avvicinava inevitabilmente, con ogni passo e respiro, al Grande Demiurgo.
Descrivendo un mondo esotico, lontano, poco conosciuto, hanno voluto farci scoprire il suo ineffabile fascino per rendere la nostra vita migliore, più ricca e più bella. La ricetta della felicità è molto semplice, la più pura e la più bella del mondo: prendi due cuori, aggiungi due sorrisi, mescolali, abbracciali finché non arrossiscono e mettili nel seno della natura in modo che maturino e diventino un fiore portando il frutto della vita.
Terzani sembrava credere nella reincarnazione. Penso che di volta in volta impersona il ruolo di uno dei grandi filosofi antichi, eternamente riflessivi e preoccupati, e di viaggiatori che, come loro, cercano la logica e il significato dell’esistenza in angoli dimenticati o sconosciuti del mondo. Scrive che non ha mai lavorato perché tutto ciò che faceva era la sua passione. E gli appassionati sono caratterizzati da un sorriso che non abbandona mai i loro volti, essendo un sinonimo di buon spirito, gioia, persino felicità, in quello che fanno. L’essenza del loro lavoro è l’incontro e il dialogo con l’Altro, la cui atmosfera viene creata contemporaneamente con un’abbagliante ricchezza di colori, odori e suoni della natura, un interno accogliente e modesto della casa, un tavolo con rinfreschi tradizionali, risate gentili e gioiose, di cui Hans Christian Andersen aveva scritto così:

La risata è un segno del più alto livello spirituale.

     Infine, mi permetto di citare i miei aforismi che descrivono questo strumento più semplice, universale ed efficace del lavoro del reporter, inserito nelle biografie di entrambi i miei Maestri.

     Il mondo ci accoglie con il suo più bel sorriso: il sorriso della mamma.

  • Di tutti i pianeti dell’universo, la stella più luminosa e più bella è il sorriso di un bambino.

  • Il sorriso di un bambino guarisce le ferite del cuore e ravviva la speranza.

  • Un sorriso donato al prossimo vale più di tante preghiere recitata.

  • Un sorriso è l’elisir della giovinezza.

  • Un sorriso apre tutte le porte.

  • Un sorriso è più potente di un centinaio di rompighiaccio.

  • Sorriso – un pratico kit di pronto soccorso.

  • Più lunga è la giornata, più sorrisi ci sono.

  • Un sorriso disarma ogni espressione.

  • La giornata terrestre può essere prolungata con un solo sorriso.

  • Il sorriso è un attributo di un’anima immortale.

  • Solo un sorriso può raggiungere la velocità della luce.

  • Niente ci invecchia più che la mancanza di un sorriso.

  • Solo i sorrisi sbocciano nel campo dell’amore.

  • Il filo di perle più costoso è nel sorriso.

  • Una parola gentile, un gesto tenero e un sorriso solare sono gli attributi dell’Angelo in azione.

  • Regalando un sorriso alle persone, prolunghi la loro vita.

  • Un sorriso scalda molti cuori.

  • Il cuore è una zecca dove si batte le monete più care: sorrisi d’oro.

  • Le parole espresse con un sorriso sono più facili da digerire.

  • Niente influenza il tempo tanto quanto un sorriso.

  • Il cuore è un dragamine che disarma con un sorriso i volti pericolosi.

  • Un sorriso caloroso è due in uno – un tenero abbraccio e un timido bacio.

  • Un sorriso può trasformare la tempesta pericolosa in una calma.

  • Quando il mondo sarà puro e bello? Quando ci sarà un sorriso sul volto di ogni bambino e di ogni anziano.

  • Un sorriso rende il cielo ancora più luminoso.

  • Tratta il mondo con un sorriso e se stesso con una risata.

     Dicono che il sorriso più bello è un attributo di chi ha sofferto molto – scriveva il compianto poeta polacco, il defunto sacerdote Jan Twardowski. È altrettanto bello quello che accompagna la sofferenza.

***

“Domando, dunque sono”: un saggio di Adam Wiśniewski sull’aforisma

“DOMANDO, DUNQUE SONO”

     Secondo un proverbio arabo, “Gli aforismi sono i fiori più profumati sul prato della poesia”. È il momento, né la prima né l’ultima volta, di trasformarsi in una statua di sale di fronte alla loro raffinata semplicità e bellezza, di restare senza parole, di inebriarsi del profumo di una coppa colma dei piaceri spirituali, di incantare con la raffinata ricchezza dei frattali, i fantasiosi giochi di parole, la loro finezza e la dovizia di significati sublimi, il gusto delle riflessioni sulla vita, il peso delle domande che sollevano per nutrire la mente, lenire il cuore, rafforzare e guarire un’anima dolorante.

     A volte sono una scintilla di saggezza accesa nell’Accademia di Platone, un raggio di sole in una grotta piena di ombre, a volte invece sono una lucerna romana dell’istruzione in un tranquillo tempio di meditazione. Aforisma – Come un Angelo custode, ci accompagna costantemente nel nostro viaggio intorno alla Terra, ricco di fatiche, difficoltà e sacrifici. Dal momento in cui si lascia l’Eden fino al momento in cui vi si ritorna.

     Gli aforismi, ricchi di conoscenza ed esperienza, sono le più preziose sorgenti di saggezza sulla Terra. Renderanno più bello chi ha fame di conoscenza, perché la bellezza è soprattutto un attributo della saggezza. Citando il maestro polacco degli epigrammi e degli aforismi, il defunto Lech Konopiński – il mio mentore, si potrebbe descrivere un aforisma nel seguente modo:

“Sei un raggio di sole nell’oscurità di un vicolo cieco che attenderà”

     Affinché un aforisma possa adempiere al proprio messaggio eterno, rivelatore e nobile, il suo creatore non può che essere un abile artigiano consacrato dal Demiurgo. Ad exemplum un botanico-fioraio o un falegname fantasioso e risoluto.  Esso – nel processo apparentemente infinito di elaborazione delle parole grezze – tavole, le misura lentamente, taglia, pialla, inchioda, incolla e alla fine modella per creare un aforisma elaborato – come un tavolo. Interpretando il personaggio di Adam Wiśniewski, un noto falegname di Varsavia (J. Tuwim: Stół [N.d.T. Tavolo]), cercherò di descrivere il fenotipo dell’aforisma utilizzando… aforismi stessi.
I paremiologi che si occupano della descrizione e della classificazione delle forme letterarie brevi, di solito si concentrano su alcune delle sue caratteristiche più peculiari, senza tentare di indicarle in modo enumerativo.
Gli aforismi arricchiti dalla loro conoscenza unica mi hanno permesso di creare un elenco del genere.
Si tratta di una vera e propria arte, perché nessuno al mondo ha mai intrapreso questo compito ambizioso in una forma simile e su una scala così ampia.

Li ho suddivisi in tre raccolte. Un aforisma del maestro del genere apre e chiude ciascuna di esse introducendo e concludendo il suo contenuto:

     I. Ogni aforisma è l’amen dell’esperienza – Hans Kudszus.

Aforisma – una lucerna romana dell’istruzione nei vicoli bui e tortuosi della vita.

Chi porta in testa un aforisma, non sarà colpito dal Diavolo.

Un aforisma può dissipare diverse nebbie di dubbi.

Nel deserto della vita che un aforisma sia un’oasi.

Aforisma – vari segnali di avvertimento sul vaso di Pandora.

Il probiotico più efficace è un aforisma scherzoso.

Un buon aforisma è come lo champagne. Fa ronzare la testa.

Aforisticon [N.d.T. in polacco Aforystykon] – una pratica raccolta di debutti e combinazioni in un gioco simultaneo con la vita.

Aforistica – un ricettario della vita.

Un aforisma è una casetta con un’ampia vista – P. N. Cossmann.

 

     II. Scrivere in modo tale che le parole lascino spazio ai pensieri – Julian Tuwim.

Aforisma – un elemento radioattivo dell’Immaginazione.

Galassia di Analogia e Metafora – una fonte di aforismi di prima spremitura.

Il processo di creazione di un aforisma riflette fedelmente il movimento di un caleidoscopio.

Aforisma – la lente d’ingrandimento più potente del mondo.

Svetovit e l’aforisma ultraterreno hanno quattro facce.

Aforisma – una foto del respiro della vita che scorre veloce.

Un buon aforisma è un gioco di chiaroscuri.

Aforista – un poeta che segue una rigorosa dieta di parole.

Aforista – un poeta povero di parole che finge di fare il finto tonto.

Accarezzano le parole gli aforisti muti.

Più corto è l’aforisma, maggiore è il suo potere.

Più il poeta è anziano, più l’aforisma è breve.

Aforistica – l’arte della stenografia di metafore e analogie galattiche.

La semplicità è la suprema sofisticazione – Leonardo da Vinci.

 

     III. Gli aforismi sono gli scherzi della filosofia – P. N. Cossmann.

Aforisma – il seme del frutto dell’albero della Conoscenza.

Se non avessi peccato nei miei pensieri, la maggior parte degli aforismi non sarebbero stati creati.

Aforisma – una goccia di riflessione sulla vita.

Aforista – un instancabile falegname di concetti.

L’aforisma di profilo e l’aforisma di fronte sono due esseri diversi.

Un aforisma non è tanto una fonte di verità quanto una luce sulla strada per trovarla.

Solo un aforisma può spremere un barile di triste riflessione da un barile di risate.

Aforisma – un estratto ad alta gradazione ottenuto dal processo a due, tre, quattro pensieri.

Nell’aforisma esemplare il linguaggio è la matrice del significato.

Un aforisma non è mai tutta la verità – è solo una mezza verità o una verità e mezza – Karl Kraus.


Qui di seguito sono riportate le caratteristiche di un aforisma:

– autonomia,

– filosoficità,

– atemporalità,

– creatività, innovatività,

– comunicatività,

– concisione,

– umorismo,

– melodiosità del messaggio, rima e ritmo,

– mancanza di argomentazione delle tesi,

– brillantezza e originalità,

– soggettività del messaggio,

– ispirazione di riflessioni ad hoc,

– porre domande, seminare dubbi,

– persuasività.

È il momento di un breve commento sul fenotipo dell’aforisma di cui sopra. Hans Kudszus afferma:

“Ogni aforisma è l’amen dell’esperienza”

     L’aforisma racchiude il patrimonio di esperienze delle generazioni passate espresso in giudizi, domande e dubbi. Mostra i dilemmi, evidenzia l’infinita ricerca della conoscenza, di una parte della verità sul mondo e su se stessi, di comprensione del significato della propria esistenza. Tutto per conoscere il ruolo assegnato dal Creatore da svolgere e l’obiettivo da raggiungere.

     L’autonomia di un aforisma – l’essere in sé e l’essere per sé (A.W.) – si manifesta nella sua anatomia – scrive l’aforista Kazimierz Orzechowski, intendendo con questo l’indipendenza contestuale, l’isolamento, la mancanza di un titolo, la possibilità di leggerli partendo dalla fine o a casaccio. Il suo obiettivo è catturare l’intera attenzione del destinatario. Per questo motivo “Un aforisma non è creato per esibirsi in mezzo alla folla” – scrive Umberto Eco.

La natura filosofica dell’aforisma è una caratteristica distintiva di quasi ogni definizione.
Si manifesta nella ricerca dell’essenza dell’essere, esprimendo verità alle quali cerca di dare valore universale. “L’aforisma annienta lo scorrere del tempo, mostra la possibilità di essere al di fuori dal tempo, e così proclama la possibilità di essere oltre/sopra/prima dell’evento. “L’aforisma ci conduce indifesi all’esperienza dell’intempestività”, scrive Jacques Derrida. Un pezzo di verità sulla vita, che è stato racchiuso in essa, lo rende sempre attuale, donandogli un carattere senza tempo. Friedrich Nietzsche esprime le parole di Derrida in una frase:

“Un’aforisma, una sentenza sono forme di eternità”

     L’aforisma ci incoraggia a guardare in profondità del mondo degli specchi storti per trovare in essi il nostro vero volto e ricordare il sapore dolce-amaro del frutto di un albero ben noto. Questo gusto è stato codificato e memorizzato nell’aforisma – il suo seme, diventando il più nutriente – dopo il latte materno, il cibo delle persone che desiderano conoscere il mondo, comprenderne la sua natura e se stessi.

     Presenta una formulazione concisa del pensiero generale morale, filosofico, psicologico, estetico, politico e di altro tipo, combinando una prospettiva innovativa con uno stile distinto. I fotoni della verità che si irradiano da esso sono una lampada che illumina tutti i nostri percorsi, angoli e fessure dell’anima, nonché vicoli ciechi e trappole che nasconde.

     “Per molti filosofi e pensatori gli aforismi sono diventati uno strumento per esprimere un pensiero, anche se non sistematico, ma di carattere serio e profondo (tra questi figurano Michel Montaigne, Blaise Pascal, Arthur Schopenhauer, Søren Kierkegaard e Friedrich Nietzsche).

     Si può anche dire che l’aforisma costituisce un genere separato di prosa filosofica (proprio come un dialogo, un discorso o un trattato), e quindi un genere di prosa scientifica” (encenac.pl). A mio parere anche di poesia – la poesia impegnata! Ho espresso questa caratteristica in una frase:

L’aforisma è un’ambrosia dei filosofi, composto dal nettare di metafore agrodolci.

     Un aforisma raramente colpisce con il suo didatticismo invadente; di solito assume la forma di consigli amichevoli, riflessioni filosofiche, stoiche, nonché riflessioni creative. La verità espressa in modo categorico che non tollera opposizioni – senza ombra di dubbio – è estranea al messaggio della filosofia e dell’aforisma. Ci sono pochi aforismi che rivelano leggi e verità nuove, fondamentali e precedentemente sconosciute nel mondo. Attraverso una profonda riflessione morale e filosofica, mostra i suoi volti precedentemente sconosciuti, incastonati sullo sfondo del paesaggio della vita.

     La natura esplorativa di un aforisma consiste nel mostrare una parte precedentemente sconosciuta della conoscenza e della verità sul mondo. Aforisma – una foto del respiro di una vita che scorre veloce. Ne scrivo perché riesce a catturare ciò che a molti di noi sembra sfuggente, incomprensibile, estraneo. Qualcosa che ci descrive più profondamente e pienamente, ci definisce e ci posiziona socialmente. La creatività consente di vedere caratteristiche invisibili – apparentemente non importanti – di fenomeni e processi, incorporati in uno specifico contesto socio-storico.

     Per rendere il mondo migliore bisogna cambiarlo di continuo, e questo può essere fatto solo pensando, giocando in modo creativo con blocchi multifunzionali.

Il processo di creazione di un aforisma riflette fedelmente il movimento di un caleidoscopio – lo scrivo perché mi piace giocarci.

     Includere il destinatario nella struttura dei pensieri non è altro che condividere con lui il proprio punto di vista sul mondo, dilemmi, dubbi, incoraggiamento a seguire il percorso scelto, e quasi sempre una conversazione solitaria, pieno di umiltà – priva di orgoglio e arroganza – una conversazione con se stesso in silenzio indisturbato. Nel mondo infinito dello spirito – la caverna di Platone piena di ombre ambigue – il tempio della riflessione.

     Le tendenze sapienziali dell’aforisma – scrive la prof.ssa Ewa Szczęsna, diventano visibili nel parlare di argomenti importanti, generali, senza tempo e aperti a molteplici interpretazioni. È possibile attribuire all’aforisma la diversità di visioni sul mondo e la conseguente contraddizione (spesso apparente) delle verità su di esso? Paradossalmente sì!

     S. J. Lec – il famoso maestro di aforismo afferma: “Il pane apre ogni bocca”, invece secondo me: “Il pane chiude ogni bocca”. Ecco, un perverso gioco di parole.

“I proverbi si contraddicono tra loro. E questa è la saggezza delle nazioni” – conclude S. J. Lec.

     L’aforismo può essere apprezzato solo da chi è saturo di conoscenza, scrive l’aforista Sławomir Wróblewski, invece la laureata del premio Nobel Olga Tokarczuk aggiunge: La letteratura non è per gli idioti e spiega: “per leggere libri, bisogna avere una certa competenza, una certa sensibilità, una certa comprensione della cultura”. Per poter capire qualcosa, scrive Renata Lis, scrittrice e traduttrice polacca, bisogna possedere la capacità di leggere simboli e riferimenti intertestuali. E ormai quasi ogni aforisma magistrale le comprende!

     Tra le tante affermazioni di grandi pensatori e filosofi devoti alla concisione dell’aforisma, contenute in numerosi studi di paremiologi, non c’è una che rifletta la sua essenza con la precisione del pensiero del maestro dei maestri del poeta Julian Tuwim:

“Scrivere in modo tale che le parole lascino lo spazio ai pensieri”

     La concisione che è il risultato di abilità linguistica, conoscenza, lettura, erudizione, conoscenza di una vasta gamma di sinonimi, contrari, modi di dire e nuove tecniche per comunicare pensieri, è la caratteristica più visibile dell’aforisma. L’aforisma ideale è verosimile, semplice nella struttura e chiaro nell’espressione – scrivo e aggiungo: Più breve è l’aforisma, maggiore è il potere che nasconde. Leonardo da Vinci definisce brevemente questa caratteristica:

La semplicità è la sofisticatezza estrema”.

     Tale caratteristica richiede un’abile capacità di usare i concetti, conoscere il significato (peso) delle parole che ciascuna di esse illustra, tanto che, come afferma il celebre filologo polacco, il prof. Jan Miodek:

“Attribuire alla parola il suo significato preciso”

     L’umorismo – in tutte le sue sfumature possibili, dalle battute gentili all’ironia e al sarcasmo, scrive K. Orzechowski, sembra essere un’altra caratteristica immanente dell’aforisma.
Solo un aforisma può spremere un barile di triste riflessione da un barile di risate – affermo. Quindi, molto spesso assume la forma di uno scherzoso gioco di parole.
Questa caratteristica illuminista e didattica dell’aforisma, dell’epigramma, della satira e del poema eroico è stata ben espressa dal nostro poeta-vescovo Ignacy Krasicki (1735-1801) nella frase:

“E a volte la risata può essere una lezione se si prende gioco dei vizi, non delle persone”

     È noto fin dall’antichità che imparare attraverso la risata e il gioco è la forma più creativa di apprendimento e familiarizzazione del mondo. I miei aforismi ne sono un classico esempio.
Il prof. don Janusz Mariański nel libro Aforismi, Pensieri, Sentenze e Riflessioni Sociologiche afferma: “un aforisma è un’espressione… che non evita né le barzellette né provocazioni intellettuali, morali e ideologiche”.
È degno di nota che sia raramente tangibile – per me leggibile ed estremamente preziosa – la melodicità del messaggio, la rima e il ritmo, che sono il risultato di un’ampia gamma di tecniche per comunicare i pensieri, il numero e il tipo di caratteri scritti in una frase. È particolarmente visibile negli aforismi di due frasi, simili nella forma agli epigrammi. Sono caratterizzati da leggerezza e agilità, una sorta di “natura da uccello”, come la definisce il prof. Zbigniew Kadłubek.
Dedico molta attenzione a questa caratteristica dell’aforisma, proprio come L. Konopiński. La soggettività dell’aforisma e la sua ricchezza, che risultano sia dell’esperienza che della profondità di pensiero, sono state ben espresse in un aforisma dal maestro del genere, S. J. Lec.

“Scrivo aforismi, epigrammi, testi o satira? No, io scrivo me stesso, il mio diario”

     Lo fa Lec, lo fa Cioran, lo faccio anch’io! Chiunque abbia la verità come amica fa questo. E. Cioran, eminente filosofo e aforista rumeno, nel suo libro “Confessioni e anatemi” afferma: “Dopo diverse ore di chiacchiere, sento il vuoto dentro. Vuoto e vergogna. Non è indecente divulgare agli altri i nostri segreti, esporre il nostro essere, parlare e raccontarci, quando abbiamo vissuto i momenti più pieni della vita percependo il silenzio?”.
Un aforisma non esprime pensieri universalmente riconosciuti, ma percezioni personali, osservazioni o domande, espresse in modo inaspettato, ambiguo, metaforico, utilizzando paradossi, antitesi e mezzi di espressione correlati, spesso opponendosi a verità evidenti e valori riconosciuti. Questo lo distingue da un proverbio, sentenza e massima.
Credo che non abbia nulla dell’apodotticità attribuitagli da J. Derrida!

     L’autore dell’aforisma non argomenta le tesi esposte; riconosce il giudizio ivi espresso su un frammento di realtà non come verità nella categoria della rivelazione divina, ma conferma solo un principio morale generale universalmente accettato, una verità che si esprime in un modo veramente innovativo, originale e brillante, prima sconosciuto. Lo riveste di una forma nuova, più leggibile e di una veste adeguata alla realtà, lo dota di un vocabolario più ricco, sfumato e raffinato, mostra le sottili sfumature dei termini inseriti nel contesto sociale, dando loro nuovi significati e contesto.
Ho espresso questo tratto significativo nella frase: Un buon aforisma è un gioco di chiaroscuri.
     Il pensiero – un flash che illumina il nucleo del problema da diversi lati, mostrando sulla sua superficie il gioco della luce della verità, del bene e del male. Determina l’azimut del riflesso del destinatario, lasciandolo libero di scegliere il perocorso/i percorsi che conducono all’obiettivo.
Il messaggio dell’aforisma è il desiderio sfrenato di scoprire costantemente qualche nuova verità sul mondo (di solito uno dei suoi numerosi profili), di definire concetti in modo più preciso, di reinterpretare la conoscenza e l’esperienza esistenti, nonché di conoscere l’architettura della rete di dipendenze sociali in una realtà più o meno mutevole (confronta: “Modernità liquida” – prof. Zygmunt Bauman, 2006). In una parola, organizzare i pensieri nella mente.
L’espressività dello stile e la brillantezza degli aforismi si basano in particolare sull’uso del paradosso e dell’antitesi. Una metafora e un’analogia sembrano essere mezzi di espressione uguali, spesso dominanti. Queste sono le muse preferite della maggior parte degli aforisti.
Don Jan Twardowski ha descritto il primo in modo conciso e altrettanto bello:

“Una metafora è un incontro di parole che si sorprendono a vicenda”

     I classici mezzi di espressione dell’aforisma includono: metafora, confronto, antitesi, paradosso, eufemismo, parallelismo e confronto brillante. Questo è ciò che li rende così originali.

     Per definizione, gli aforismi presuppongono l’illuminazione del lettore garantita dall’abilità linguistica e dalla chiarezza espressiva – scrive la prof.ssa Monika Ładoń nello schizzo: “Aforisma – Trionfo del Sé Spezzato…” (Emil Cioran: “Confessioni e anatemi”), enfatizzando così il ruolo del linguaggio, che gioca una parte importante nell’aforisma – come la forma più concisa di espressione letteraria. La competenza linguistica è una condizione per ottenere la chiarezza e la comunicatività del messaggio. Si manifesta nella ricchezza del linguaggio e dei mezzi stilistici utilizzati dal soggetto. Dunque un aforisma nella sua pienezza rappresenta quello che si trova solo nella lingua in cui nasce, aggiunge l’autore citando il punto di vista del filosofo: “In una lingua presa a prestito si ha coscienza delle parole, esse non esistono dentro di noi, ma fuori di noi”. Questo divario tra noi e i nostri mezzi di espressione spiega perché è così difficile, forse addirittura impossibile, essere poeta in una lingua diversa dalla nostra”.

     La difficoltà è tanto maggiore quanto più ci sono riferimenti, sinonimi sottili, contrari e modi di dire. “Ma come possiamo scavare nella sostanza delle parole che non sono radicate in noi? – chiede l’autore. Ciò dimostra il grave problema della comunicatività di un aforisma quando cerchiamo di trasmetterlo in una lingua diversa dalla nostra lingua madre.

     Il messaggio di un aforisma è quello di incoraggiare, e spesso anche costringere, il destinatario a pensare, a seminare dubbi nella sua mente, a porre domande a se stesso e agli altri, a dare e cercare risposte.

     “L’aforisma fa pensare. Dare spunti di riflessione significa (…) riempire le ellissi mentali che costituiscono l’essenza di un aforisma e che conferiscono all’affermazione il carattere di una sciarada mentale. Qui la partita si gioca sul piano epistemologico. Compilare un’elissa mentale è un elemento indispensabile per l’esistenza di un aforisma. Chiunque può completare un’elisse e decifrare un aforisma, in quanto un aforisma rappresenta la costruzione di una cifra che contiene un suggerimento per la decifrazione e un modo per completare gli elementi mancanti.

.     Ogni aforisma costruisce le ellissi in modo leggermente diverso e richiede un’attività leggermente diversa da parte del destinatario. Realizzare l’essenza di un aforisma – completamento delle elissi – richiede spesso tutta una serie di operazioni mentali, senza le quali l’affermazione è incompleta e poco chiara – conclude la prof.ssa Ewa Szczęsna.

     La celebre scrittrice e aforista austriaca Marie Von Ebner-Eschenbach descrive tale caratteristica in questo modo:

“Un aforisma è l’ultimo anello di una lunga catena di pensieri”

     La prof.ssa Monika Ładoń descrive la natura dell’aforisma in modo magnifico con le seguenti parole:

Un aforisma è come un punto esclamativo, dà forma, lega ciò che è fugace ed effimero, e pone chi scrive di fronte a un dilemma probabilmente irrisolvibile – cosa è più importante: il libero pensiero o una parola precisa che lo esprime?

     Il mio aforisma lo esprime in questo modo: In un aforisma esemplare il linguaggio è la matrice del significato.

     L’aforisma è misterioso; l’eufemismo, l’allusione e la sua ambiguità sembrano essere un gioco a nascondino, e talvolta anche una telefonata silenziosa. Non è altro che un enigma filosofico. A volte presenta la nudità della verità in un atto sublime, a volte in una maschera da carnevale.
L’aforisma è una catena infinita di domande e risposte che danno origine a ulteriori domande. È un tentativo costante di posizionarsi. Cercare le radici e progettare il futuro. È sia una domanda che un ambizioso tentativo di rispondere.
Una domanda banale che ispira e ti costringe a pensare. E chi chiede non sbaglia!

     Nella teoria della definizione esiste il concetto di definizione persuasiva. Con questo termine ci si riferisce a dichiarazioni che hanno lo scopo di modellare le convinzioni e gli atteggiamenti del destinatario – scrive la prof.ssa Ewa Szczęsna citando C.L. Stevenson, autore di Ethics and Language, New Haven, 1944. Questo tipo di definizione riflette in modo accurato e preciso il messaggio dell’aforisma.

     Il poeta cinese Yang Lian nel suo eccellente discorso “Fare domande è l’unica tradizione della poesia” pronunciato il 23 maggio 2024 durante la cerimonia di assegnazione del Premio Letterario Internazionale ‘Zbigniew Herbert’ afferma:
“Il ritratto della contemporaneità potrebbe essere delineato con tre linee: egoismo, cinismo, avidità del profitto. Gli incubi tornano. Ci troviamo catapultati in un mondo che ci sembra familiare ed estraneo allo stesso tempo. Cosa possiamo fare? Cosa può fare la poesia? Esiste una risposta a questa grande domanda? E se non ci sono risposte, allora dove ci portano?

     Fare domande è l’inizio del pensiero. Domande sul mondo, su se stessi. Questi ultimi sono in realtà un approfondimento dei primi. È l’energia proveniente dal pensiero che è l’essenza della poesia. Il signor Cogito sarebbe stato d’accordo con l’affermazione che una domanda non è solo l’inizio del pensiero, ma è essa stessa un pensiero” e conclude:
“Penso, dunque sono” può essere sostituito con uno più chiaro: “Domando, dunque sono” .

     L’aforisma nasce dal pensiero creativo suscitato dalla curiosità, dalla sorpresa, dal pensiero critico, ponendo domande semplici (apparentemente) e il più delle volte complesse e difficili che rodono la mente. È l’arte coinvolta perché è essa che pone domande esistenziali. Dov’è il punto interrogativo nell’aforisma? – qualcuno potrà chiedere alla fine. Lo troverà tra le nuvole – nei pensieri del lettore.
Per parafrasare le parole dell’eminente filosofo romano Marco Giulio Cicerone:

“Historia magistra vitae est.”

Io, Adam Wiśniewski, il falegname di Varsavia oserei dire:

“Aphorismus magistra vitae est!”

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Note:

I riferimenti e le citazioni riportati nel saggio provengono principalmente dalle sette pubblicazioni di seguito indicate e, secondariamente, dalle opere alle quali fanno riferimento i loro autori.

  • Mieczysław Balowski, Struktura językowa aforyzmów [NdT il titolo in italiano: La struttura linguistica degli aforismi], Opole, 1992.

  • Michał Głowiński, Aforyzm a slogan, Narracje literackie i nieliterackie [NdT il titolo in italiano: Aforisma e slogan, Narrazioni letterarie e non letterarie], Kraków, 1997.

  • Ewa Jędrzejko; Przysłowia, aforyzmy, sentencje… Jeden gatunek, czy różne gatunki? [NdT il titolo in italiano: Proverbi, aforismi, sentenze… Un solo genere o generi diversi?], RE-BUŚ – Biblioteka Uniwersytetu Śląskiego (portale: core.acd.uk),

  • Monika Ładoń: Aforyzm – Triumf Spękanego „Ja:… (Emil Cioran: „Wyznania i Anatemy”) [NdT Aforisma – Trionfo del Sé Spezzato…” (Emil Cioran: “Confessioni e anatemi];

Wyd. ArtPapier, 2018 (portale: artpapier.com).

  • Janusz Mariański: Aforyzmy, Myśli, Sentencje i Refleksje Socjologiczne [NdT il titolo in italiano: Aforismi, Pensieri, Sentenze e Riflessioni Sociologiche]; Lublin 2020, Wyd. Wyższa Szkoła Nauk Społecznych z/z w Lublinie (portale: kul.pl),

  • Joanna Partyka: Przysłowie, Aforyzm, Sentencja Szkice; Definicje małych form literackich w perspektywie komparatystycznej [NdT il titolo in italiano: Proverbio, aforisma, schizzi di sentenze; Definizioni di piccole forme letterarie in una prospettiva comparativa], IBL PAN, Centrum Retoryki Stosowanej, Staropolskie teksty drugie 2019/2. (portale: rcin.org.pl).

  • Ew Szczęsna: Aforyzm i slogan – Język jako zderzenie fikcji [NdT il titolo in italiano: Aforisma e slogan – Il linguaggio come scontro di finzione], IBL PAN, Centrum Humanistyki Cyfrowej, Teksty drugie, 2004, 1-2 (portal. rcin.org.pl) e E. Szczęsna (red.), Słownik pojęć i tekstów kultury [NdT il titolo in italiano: Dizionario di concetti e testi culturali], W-wa: Wyd. SziP, 2002, (portale: ozkultura.pl wpis/1831/3 Aleksandra Orkan-Łęcka).

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