Premio Torino in Sintesi VII edizione – I video della premiazione

Qui di seguito i video della cerimonia di premiazione della VII edizione del Premio Internazionale per l’Aforisma Torino in Sintesi 2020 che si è tenuto presso l’Unione Industriale di Torino, sabato 9 ottobre 2021.

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Introduzione della Presidente Anna Antolisei.
Antonio Castronuovo ricorda l’aforista Roberto Gervaso, recentemente scomparso.

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Relazione tecnica del direttore del premio Sandro Montalto.

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Sezione editi: primo classificato Piero Buscioni.

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Sezione editi: menzione d’onore a Rodolfo Cerè e Stefano Elefanti.
Sezione inediti: primo classificato Francesco Sarti e menzione d’onore a Umberto Faini.

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Il professor Gino Ruozzi consegna il premio alla carriera alla professoressa Giulia Cantarutti, germanista e studiosa delle forme brevi.

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Giulia Cantarutti parla dell’opera aforistica di Alexander Eilers (vincitore del Premio Torino in Sintesi, sezione stranieri) e di Elazar Banyoetz (a cui il Premio Torino in Sintesi ha tributato il premio alla carriera).

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Dopo la premiazione, chiacchiere tra aforisti

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Alexander Eilers, vincitore della Sezione Autori Stranieri, e la sua concezione
dell’aforisma

Aforismi – ciottoli su una tomba a schiera

I ciottoli, che si presentano come depositi rocciosi a grana grossa, specialmente nei fiumi con
forti dislivelli, nelle morene dei ghiacciai, sulle rive dei laghi e sulla spiaggia, sono strettamente
legati alla civiltà. Non solo sono necessari nel settore edile per creare drenaggio; servono anche
come aggregato nel calcestruzzo o per riempire le nicchie. Poiché la ghiaia non contiene sostanze
nutritive per le piante e consente all’acqua di superficie di filtrare con rapidità, è solo scarsamente
ricoperta dalla vegetazione. Ecco perché può essere trovata sui sentieri, nei giardini rocciosi o sulle
tombe di cui nessun lutto può prendersi cura.

Ma anche gli inizi dell’aritmetica sono inconcepibili senza sassolini. Dopotutto, li usavano già le
prime alte culture della Mesopotamia come aiuto per mappare i numeri. Provvisti di simboli
geometrici, servivano per la liquidazione delle consegne di merci e successivamente per le
operazioni matematiche sull’abaco. Questo spiega anche perché le parole “calculate” e “calculus” derivino da calculus, il nome latino di “piccole pietre”.

Quindi è appropriato, questo sedimento diffuso, per descrivere una raccolta di aforismi? In
effetti, ci sono somiglianze a prima vista. Ciò include che il sassolino sia il motto conciso, che è
abbreviato in frase e singola parola; e che sia anche il sassolino grande da 5 a 63 millimetri che
evita la solidificazione. Entrambi si presentano isolati in quantità maggiori e garantiscono la
permeabilità grazie al loro elevato volume di pori.

Sebbene a volte formino conglomerati cementati da leganti a grana fine, queste brecce sono
piuttosto rare. Molto più spesso, aforismi e sassi appaiono come materiale sciolto. Così accade che
difficilmente siano incorporati in strutture più grandi e formino pregevoli pensieri simili a falde
acquifere. Nella loro vicinanza differiscono dai frammenti e dalle schegge. Levigate come sono,
non lasciano angoli e spigoli, ma possono scricchiolare grazie a punte acuminate, per cui la misura
in cui sono arrotondate dipende dalla distanza di trasporto in torrenti e fiumi. Di conseguenza,
anche il motto è un prodotto dell’erosione progressiva. Trascinato dalla corrente del tempo, si
ammassa ovunque e si strofina contro i suoi simili. Anche se – storicamente parlando – continua a
rimpicciolirsi, non ha perso la sua durezza. In quanto freno della storia intellettuale, è il mezzo
privilegiato della critica culturale.

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Per il Premio Internazionale per l’Aforisma “Torino in Sintesi” – VII Edizione 2020
La figura di Elazar Benyoëtz, descritta in forma di lettera, da Werner Helmig

Caro Elazar,

come sai, l‘Associazione Italiana per l’Aforisma già da tempo ti ha assegnato il Premio alla
carriera aforistica. A causa della pandemia, che tiene il mondo con il fiato sospeso da un
buon anno e mezzo, può esserti conferito a Torino solo adesso, e purtroppo questo ha
luogo in absentia, perché tu, per motivi familiari, non puoi muoverti dal tuo luogo di
residenza, Tel Aviv. E anch’io posso congratularmi con te solo via e-mail, ma questo è
comunque il mezzo con cui da anni siamo in contatto; e che questo accada per iscritto è
del tutto adeguato a un poeta e a un critico, se si conoscono bene e sentono la voce uno
dell’altro anche nella scrittura. Una volta dal lontano Israele tenevi i contatti con i tuoi amici
con lettere, ma chi oggi scrive ancora lettere su carta? In questo ti sei per fortuna adattato
ai tempi, per non cadere nell’esotico.

Cosa posso dunque dire agli amanti dell’aforisma riuniti a Torino che vorrebbero
conoscerti come scrittore? Chi vuol sapere chi sei, da dove vieni, perché tu come scrittore
in lingua tedesca hai scelto un nome chiaramente ebraico, che cosa hai scritto finora e
quali onorificenze ti sono state conferite come scrittore, può trovarlo rapidamente in
Wikipedia, – ma forse si spaventerebbe per la quantità.

Ci sono non meno di 50 libri in tedesco, a volte con titoli molto particolari, enigmatici
anche per un madrelingua tedesco, singole parole come Sahadutha, Filigranit, Taumeltau,
Identitäuschung, Ichmandu, Hinnämlich, Scheinhellig, Fraglicht, Aberwenndig, Gottik,
Nadelind o strani titoli gnomici; il più celebre, che nella mia famiglia procura sempre prove
di evidenza e che nel frattempo compare due volte nei tuoi scritti è: «Trovare rende più
facile il cercare», «Finden macht das Suchen leichter».

Ci sono intanto 14 premi, tra questi il prestigioso premio Chamisso, la croce
tedesca al merito, la nomina a socio corrispondente della Deutsche Akademie für Sprache
und Dichtung, la Croce d’onore austriaca di prima classe per la scienza e l’arte nonché il
dottorato ad honorem della facoltà teologica dell’Università di Berna.

Da Wikipedia si apprende anche
– che sei nato a Wiener Neustadt (che non sia un
sobborgo prima di Vienna, ma una vera e propria città 50 km a sud di Vienna, nella bassa
Austria, non tutti i non-austriaci lo sanno), figlio di ebrei austriaci di nome Koppel,
– si impara che nel 1938, all’età di un anno hai potuto fuggire in Palestina con i tuoi
genitori, là hai imparato l’ebraico come lingua madre, sei diventato un poeta ebraico e
come scrittore invece del tuo cognome hai adottato quello ebraico Benyoëtz, che significa
“figlio del consigliere”,
– si impara che hai sostenuto l’esame da rabbino, che negli anni Sessanta hai vissuto a lungo a Berlino e hai fondato i Bibliographica Judaica, il famoso repertorio degli autori
ebraici di lingua tedesca, che consta ormai di 21 volumi,
– e infine che dal 1968 sei sposato con la miniaturista Renée Koppel, che da artista usa lo pseudonimo Metavel e che qui saluto di cuore.

Dei tuoi libri in Wikipedia si dice solo che dagli anni di Berlino pubblichi quasi
esclusivamente in tedesco, che hai scritto volumi di saggi e di aforismi, il cui tema, accanto
ad argomenti religiosi, è spesso il linguaggio. Anche questo non è falso, però qui devo
aggiungere qualcosa.

Il lettore che non abbia confidenza con questo genere letterario, anche se
comprende bene il tedesco, verrà messo a volte in difficoltà dal tuo linguaggio ricco di
immagini e saturo di giochi di parole, un linguaggio che da sottili sfumature semantiche
sviluppa opposizioni e tende con sicurezza alla lectio difficilior. Spero che tu sia d’accordo
se affermo che quello che per te chiaramente è ovvio, è in gran parte ciò che non è capito
e che nelle cose importanti le domande apportano conoscenza più delle risposte. Con
tutta la differenziazione necessaria il tuo discorso è spesso oscuro: semanticamente
oscuro nella voluta molteplicità dei significati, logicamente oscuro nel paradosso, per non
ricorrere in un troppo veloce “capire” nel senso della comunicazione quotidiana – perché
se bastasse quest’ultima, non ci sarebbe bisogno della poesia.

Il traduttore, che voglia riprodurre questo ethos letterario in una lingua straniera, ma
che si vede spesso costretto [a Monosemierungen], a optare per un unico significato di
unità linguistiche che sul piano del sistema linguistico sono polisemiche, incontra
naturalmente difficoltà molto maggiori del lettore. E viste le enormi difficoltà, si può solo
lodare chi si è impegnato in traduzioni. Naturalmente si deve a volte ammainare le vele di
fronte ai giochi di parole intraducibili e rinunciare a determinati effetti di cui vive l’originale.
In questo senso è più semplice leggere la versione italiana rispetto all’originale tedesco,
dato che si leggono solo quei testi che non hanno messo in ginocchio il traduttore. E
questo non per incapacità, ma per gli scogli che tu hai disseminato nel testo.

Tu vieni comunemente considerato un aforista, ma i tuoi aforismi travalicano di gran
lunga i confini del genere moralistico tradizionale, nella forma e nel contenuto. Ci sono
neologismi di nomi e di serie di parole che trovano posto in una raccolta solo per la
bizzarria comico-grottesca del loro suono, esortazioni che non vanno per nulla seguite e
altri fattori di disturbo rispetto all’orizzonte d’attesa convenzionale, che ai tuoi occhi sono
contrappesi necessari alla piattezza didascalica e ad altri effetti indotti dall’assuefazione
che minacciano questo genere letterario – e probabilmente tu hai ragione.

I tuoi aforismi non stanno semplicemente uno accanto all’altro come le Maximes di
un La Rochefoucauld, ma hanno un ordine gerarchico. Le raccolte dell’ultimo decennio
rivelano una compositio rigorosa in quanto raggruppi diversi detti (Sprüche) di cui il primo
fa da titolo, creando spesso l’effetto di unità poetiche anche in assenza di legami basati sul
metro e sul suono. Nelle letture pubbliche, che negli ultimi anni coltivi con gioia crescente
come nessun altro aforista, viene adombrata una specie di teatro parlante.
Alla domanda se i tuoi aforismi possano considerarsi moderni risponderei: per
fortuna no, se “moderno” designa un trionfo della secolarizzazione e dell’individualismo. I
tuoi aforismi servono addirittura a una sorta di edificazione religiosa del loro pubblico,
certamente non in senso dottrinale né in senso borghese-morale, ma piuttosto criptando
poeticamente, peraltro senza alcuna contemplatività. Al contempo la tradizione biblica,
spesso con un linguaggio proprio per il quale ha fatto scuola il Qohelet, e l’esperienza
divina giudaica sono positivamente e direttamente presenti in questi aforismi come in
nessun altro opus aforistico di alto valore estetico. Va in direzione opposta alla Moderne
intesa come autopotenziamento totale dell’individuo anche il ruolo palesemente cruciale
che assume la prassi del glossare e citare testi antichi, tra i quali l’io aforistico scrivente si
ritrae con piena consapevolezza, intendendo confermarli e non smascherarli come è
invece nella tradizione di Nietzsche.
Con questo e altri procedimenti ti sei creato una lingua aforistica inconfondibile, che
va decisamente contro il meanstream di questo genere letterario, ma ti serve per parlare di
cose importanti, che altrimenti sarebbero indicibili. Non conosco fondamento migliore per
un linguaggio poetico.
Tu sai che io leggo da tempo con piacere e profitto i tuoi aforismi, e non posso
cessare di cercare di capire a quali tecniche debbano l’effetto che suscitano. E sono sicuro
che anche i lettori italiani esigenti che si confronteranno con i tuoi aforismi lo avvertiranno.

Ti auguro di continuare con la stessa creatività!
Werner Helmig